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in un gergo bestialmente spropositato? e chi v’ha detto poi che la fatica di tradurre que’ discorsi doveva farsi unicamente per uso de’ vostri pochi ed ignoranti artisti? Dunque, perché gli artisti di Firenze sono nella vostra presuntuosa opinione un branco d’asini, il mio signor Luigi Siries, asino superlativissimo egli stesso, ha a rifare una cosa mia, anzi a disfarla, degradandone la lingua, corrompendone lo stile, storpiandone i pensieri e contaminandola tutta colle sue scimunitezze, onde riesca intelligibile a’ suoi orecchiuti confratelli? Voi però, signor Luigi, mi scriveste a’ sedici del passato giugno che, al vostro riceverla, l’avevate sottoposta al giudizio di quelli stessi artisti ai quali deste il titolo d’«illuminati», e ch’essi v’avevano, per dirla colla vostra barbara frase, «testificato il piacere che si desse alla luce». Come va questo, vita mia, che a’ sedici di giugno gli artisti fiorentini sono illuminati, e che a’ tre di novembre diventano ciechi in modo da non intendere né tampoco le cose scritte alla mia sempre semplicissima foggia? Come in cosi pochi mesi s’è fatta in essi una tanto deplorabile metamorfosi? Voi mi ringraziaste anco, a nome di cotesto signor senatore Federighi, del mio aver donato all’Italia un’opera si bella. Perché dunque renderla brutta in troppi luoghi con tante sciocchezze di vostra testa? Perché guastarle perfino il titolo con un errore di lingua, dopo che quel signore ve l’ebbe commendata e incaricatovi, per bontá sua, di rallegrarvene meco, ancorché non mi conosca punto? Per aggiunta d’impertinenza, anzi per porre il colmo alla vostra mala fede, voi le avete tolto il mio nome, «pensando che il merito di traduttore non sia da valutarsi per niente da un letterato che sa distinguersi colle sue proprie produzioni». Ma perché «pensare» che quella non fosse una «produzione», se ho pure ad usar anch’io di questo brutto vocabolo? Qualunque cosa vi «pensaste», perché non mi chiedere innanzi tratto s’io valutava quel «merito» o non lo valutava? E qual vantaggio v’immaginaste poi di procacciare alla mia traduzione, privandola del mio nome? Assai bene pare a me che il mio nome le convenisse, poiché sono segretario di quella stessa Accademia in cui l’originale s’è ito di mano in mano