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ne’ due precedenti versi o, per meglio dire, s’è creduto d’averla nominata dicendo «l’italiche fatiche». Se si fosse dato l’incomodo di correggere il terzetto, avrebbe detto «d’ Italia le fatiche», e COSI racconciatolo; ma qual è la cosa sua ch’egli s’abbia mai voluto correggere?

Del resto è stupenda la facilitá con cui egli narra i vari ravvolgimenti di fortuna avvenuti in Italia ne* tempi suoi. In entrambi i Decennali v’hanno de’ tratti brillantissimi e tali da far comprendere che, se si fosse vòlto da buon senno a coltivare la poesia, la gli sarebbe riuscita piú che bene. Molto efficace è il modo in cui parla, mentovando l’ ira vicendevolmente concepita dal duca Valentino contro alli Orsini e loro aderenti, e da essi contro a quel duca. Mi si permetta di qui ricopiare que’ pochi versi, dove si fa motto di quell’ira e delli effetti che produsse.

Poscia che il Valentin purgato s’ebbe, e ritornato in Romagna, la impresa contro a messer Giovanni far vorrebbe.

Ma come fu questa novella intesa, par che l’Orso e ’1 Vitel non si contenti di voler esser seco a tanta offesa.

E rivolti fra lor questi serpenti, di velen pien, cominciaro a ghermirsi e con li ugnoni a stracciarsi e co’ denti.

E mal potendo il Valentin fuggirsi, gli bisognò per ischifare il rischio con lo scudo di Francia ricoprirsi.

E per pigliare i suoi nimici al vischio, fischiò soavemente, e per ridurli nella sua tana, questo bavalischio.

Né molto tempo perde nel condurli, che il traditor di Fermo e Vitellozzo e quelli Orsini, che tanto amici fúrli,

nelle sue insidie presto dier di cozzo; dove l’Orso lasciò piú d’una zampa, ed al Vitel fu l’altro corno mozzo.

Senti Perugia e Siena ancor la vampa dell’ Idra, e ciaschedun di que’ tiranni fuggendo innanzi alla sua furia scampa.