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ve n’ha pur uno che non abbia le sue grazie e che non sia buono quanto il fiorentino a esprimere in rima cose piacevoli e atte a far ridere le brigate; e moltissimi componimenti in versi vi sono in ciascuno d’essi, da far faccia a’ piú be’ tratti del Pulci, del Berni e di qualsissia altro umorista fiorentino.

Conchiuderò dunque che il nostro Niccolò non mostrò costi essere quel profondo speculatore ch’egli era, e che si lasciò portar via da una matta furia di cervello, quando si scordò che i linguaggi sono cose collocate qui e qua dalla natura, e che le cose della natura, anche nel caso che fossero turpi e sconcissime, non s’ hanno a vilipendere in coloro nel poter de’ quali non fu, non è e non fia mai il rimuoverle di donde a quella è piaciuto collocarle.

IX

Rime.

Questa parte dell’opere di Niccolò consiste in una serenata, in cinque canti carnascialeschi, in otto capitoli intitolati L’asino d’oro, in altri quattro capitoli intitolati Dell’occasione^ Della fortuna, Della ingratitudine e Dell’ambizione, e finalmente in due Decennali: vale a dire in una storia, capricciosamente posta in terza rima, de’ cangiamenti politici sofferti dall’ ItaHa, e principalmente dalla repubblica fiorentina, nello spazio di vent’anni. Diciamo qualche cosa di ciascuno di questi componimenti.

La serenata, la quale è in ottava rima, è scritta in modo che pare Niccolò non s’abbia fatta la minima fatica nel cercar le rime, anzi che le gli ballassero dinanzi tutte con una prestezza da parere maravigliosa anche al piú veloce improvvisatore; sicché molte delle ottave gli sono riuscite nitidissime e felici. Si vede però chiaro, in molte parti di questa sua fattura, com’egli non volle pigliare alcuna fatica di ripulirla, perché abbonda di piccoli difetti che si sarebbono potuti tór via con pochissimo correggere.

De’ cinque canti carnascialeschi, il primo: De’ diavoli, è una cosaccia pazza rispetto all’invenzione, ma scritto con brio; il