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Simo. Ora per costui non resta.

Cremete. Io me n’andrò a casa e dirò che si preparino; e se bisognerá cosa alcuna, lo farò intendere a costui.

Simo. Ora io ti prego, Davo, perché tu solo mi hai fatte queste nozze.

Davo. Io veramente solo.

Simo. Sforzati di correggere questo mio figliuolo.

Davo. Io lo farò senza dubbio alcuno.

Simo. Tu puoi ora, mentre ch’egli è adirato.

Davo. Sta’ di buona voglia.

Simo. Dimmi dunque: dove è egli ora?

Davo. Io mi maraviglio se non è in casa.

Simo. Io l’andrò a trovare e dirò a lui quel medesimo che io ho detto a te.

Davo. Io sono diventato piccino. Che cosa terrá che io non sia per la piú corta mandato a zappare? Io non ho speranza che i prieghi mi vagliano: io ho mandato sottosopra ogni cosa; io ho ingannato il padrone e ho fatto che oggi queste nozze si faranno, voglia Panfilo o no. O astuzia! che se io mi fussi stato da parte, non ne sarebbe risultato male alcuno. Ma ecco io lo veggo, io sono spacciato. Dio volessi che fussi qui qualche balza, dove a fiaccacollo mi potessi gittare.

A chi sa in questa foggia ghermire il genio di Terenzio, tenendo pure stretto e saldissimo quello della lingua propia, pare a me che se gli potesse, non dico del greco, ma fare almeno grazia del latino. Ben si può che in un qualunque passaggio di questa commedia la traduzione non abbia imbroccato l’originale; ma quand’anche la cosa fosse, che io non lo so non avendo fatto il confronto, pure non mi farebbe forza nulla, considerando come un traduttore può molto bene, o per fretta o per inavvertenza, sbagliare un qualche tratto dell’opera che traduce, né per questo meritare d’essere tacciato d’ignorare la lingua dalla quale traduce.