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pure li autori comici a porli sulle scene e quivi malmenarli bruttamente, come fu fatto da Niccolò in questi suoi tre drammi. Non ci maravigliamo dunque se i frati hanno cercato e tuttavia cercano di rifarsi delle picchiate ch’egli dette loro in questi suoi ghiribizzosi componimenti, maltrattando sempre la memoria di lui. Questo però voglio ripetere, senza entrare a difendere i frati dalle tacce fuori d’ogni probabilitá nefande, date loro da Niccolò nelle immaginarie persone di fra Timoteo e di frate Alberigo: cioè che nessuna di queste tre commedie può giovare a cosa che sia buona, se non a raffinarci il parlare, poiché dal canto della morale sono tutte e tre perfidamente cattive. E questo sia detto senza offesa alla santissima memoria di papa Leone, che ne approvò una tanto, da farsi fare un teatrino a bella posta in Vaticano per poterne godere a suo bell’agio la rappresentazione.

VII

L’<iAndrúi» di Terenzio tradotta.

Coloro che hanno asseverato come Niccolò non intendeva punto il latino, facciano quello che ancora non ho fatto io, cioè confrontino questa sua traduzione con l’originale, e poi si vergognino di piú ripetere una cosa tanto lontana dal vero; che io non voglio qui far altro se non aprirlo a caso e pome una scena sola sotto alli occhi de’ miei leggitori insieme colla traduzione d’essa, onde sia provato per sempre come Niccolò era tanto latinista da entrare molto bene in og^i piú recondito recesso della lingua latina. La scena sará la quarta dell’atto terzo, in cui parlano

Davus, Simo, Chremes.

Dav. Ad te ibatn.

SiM. Quidnam est?

Dav. Cut uxor non arcessitur? iam advesperascit . SiM. Audin’ tu illum?

Ego dudum non nil veritus sunt abs te, Dave, nefaceres idem.