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i8.s

IV

La mandragola. Commedia.

Da un discorso di Niccolò, fatto per provare che la nostra lingua si debbe chiamare «fiorentina» e del quale si faranno parole piú sotto, vedesi com’egli, insieme con tutti i commediografi suoi contemporanei, giudicava il tion plus ultra d’una commedia consistere, e dover consistere principalmente, nel far {smascellare delle risa l’auditorio.

A questa regola, che Niccolò aveva ben fitta e ribadita in capo, non si può certamente dire ch’egli non si sia conformato in questa sua Mandragola; leggendo la quale non è possibile non ridere, purché chi legge abbia tanto vigor d’animo da prescindere dal tanto mal costume di cui ribocca.

In essa si dipigne una caricatura d’un vecchiaccio scimunito, che vorrebbe pur avere un figliuolo della sua donna e che, abbindolato da un ruffiano perfido e da un frate perfidissimo, entrambi caricature molto spiattellate, si pone un paio di corna in capo d’una misura troppo sterminata, senza che gli nasca mai sospetto del suo porsele. Io non so come Niccolò facesse costi quadrare coteste sue sconcie caricature con quello da lui detto in quel suo Discorso della lingua: che «il fine d’una commedia deve consistere nel proporsi uno specchio d’una vita privata». Quello che io so è che la Mandragola egli 1’ ha composta in uno stile il piú netto e il piú veloce che si possa dire.

Clizia. Commedia,

Anche in questa Clizia v’è tanto del caricato ne’ caratteri e tanto d’oscenitá nelle espressioni, che la metá sarebbe anco stata soverchia; ma del da ridere non si può negare che non ve ne sia pure assai. Si tratta in essa d’un altro vecchio, il quale vuole