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LETTERA PRIMA


Amico carissimo,

Anche a me ne ha fatta una il signor dottore Biagio Schiavo da Este, e me l’ha fatta bella, ve’. Sentitela, amico, ch’ella è bella, e sentitela tutta, ché tutta tutta ve la voglio raccontare da capo a fondo. Oh! voi avete a ridere, ch’ella è bella veramente. Egli mi ha voluto far leggere, e far leggere più d’una volta, a marcia forza un altro suo sonetto. E sì che io aveva fatto voto di non leggerne più alcuno, anzi di non leggere mai più alcuna cosa sua né in verso né in prosa, avendolo io sempre trovato un bue in prosa e un bue in rima, ogni volta che la mala ventura mi fece venire alle mani alcuna delle sue tante sguaiatissime scritture. Ma come io dico, il mio voto fu vano, che questo vecchio scaltrito me n'ha cacciato ancor uno giù per la gola: io dico un sonetto, e che bel sonetto! Cancher gli venga! Non fu mai letto dal tempo di Bartolomeo in qua la più bella poesia. Ma perché sappiate ordinatamente tutta la faccenda, sturatevi ben bene i buchi degli orecchi, che io mi faccio da capo ed incomincio.

Sappiate dunque, carissimo amico, che dappoi ch'io sono in Venezia io sono solito passare di molte sere in una bottega da caffè chiamata la bottega di «Menegazzo», in una brigatella di alcuni giovani che quivi si sogliono ragunare. In questa brigata soleva pure trovarsi spesse volte, con riverenza parlando, questo dottore Schiavo; ed una sera, saranno tre mesi, uno de’ giovani della compagnia mi disse in presenza dello Schiavo, che quel giorno gli era venuto alle mani un mio sonetto burlesco, stampato molti anni or sono in una raccolta per monaca, e che quel sonetto cominciava con questi due versi:

     Angioli santi, a doppio per letizia
     suonate in paradiso le campane.