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si mise a ragionamento col signor Prospero, alora suo capitano e molto giovine, e diceva d’alcuni segni che hanno gli uomini, per li quali facilmente la natura e i costumi loro questi chiromantici e fisionomisti dicono conoscere. Diceva adunque il re che se l’uomo ha i capelli duri, che egli è audace; se ha il petto largo e debitamente carnoso, che è gagliardo; se di questi segni ha i contrari, che sará timido; se ha la faccia troppo rotonda, che è pazzo e senza vergogna; se ha in faccia il colore troppo rosso, come sono i frutti del gelsomoro non ben maturi, ch’egli è grandissimo ingannatore; e se ha le ciglia congiunte, che è traditore. Mentre che il re queste cose col signor Prospero discorreva, sovravenne Vito Pisanello, segretario di esso Federico, il quale Vito aveva i capelli in capo crespi e cosí ricciuti come veggiamo che hanno i mori. Onde, seguitando il re e, fra mille altri segni detti, dicendo essere impossibile che chi avesse i capelli crespi non fosse o musico o di perverso e maligno animo e di poca stabilitá, subito rispose il signor Prospero ed accennando Vito disse: – Per Cristo benedetto, o re, questo tuo Vito non saperebbe cantar una nota di canto! – Arguta veramente e pungente risposta, perciò che, secondo la openione del re che detta aveva, necessario era dire che Vito fosse ribaldo e sceleratissimo. – E per conchiudere il mio ragionare, vi dico che venendo da Roma passai per Siena e volli vedere il lor tempio molto bello. Vidi anco la superba libraria che Pio secondo ha fatto. Andai poi veggendo molte belle cose che sono in quella cittá, e passando da la loggia dei Piccoluomini, fabrica pur di Pio secondo, ecco venir un garzoncello di dieci in undici anni sovra un cavalluccio tanto mago e disfatto che non si poteva a pena reggere in piedi, ché solamente aveva la pelle e l’ossa. Il fanciullo gridava ad alta voce: – Aita, aita, ché io non posso tener questo ronzone! – Era ne la loggia assai gentiluomini, dei quali uno disse: – Certo questo fanciullo è pazzo. – E rivoltato verso lui gli disse: – Tu farnetichi. Questo cavallo appena si muove, e tu di’ che non lo puoi tenere: che pazzia è la tua? – Tutto ad un tempo rispose il garzoncello: – Cotesto è il male, vi dico io, che non lo posso tenere, perciò che non ho da pascerlo. – Fu da tutti lodata la pronta risposta del fanciullo. E perciò convien dire che i bei motti sono come le medicine, le quali date a tempo a l’infermo sogliono mirabilmente giovare; che, date fuori di tempo, non solamente non giovano, ma piú tosto sono di nocumento.


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