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assai che fare ad accordarsi seco; ma, veggendo che cosa che egli facesse o le dicesse non giovava, deliberò lasciarla gridare e mai non le rispondere. E cosí pazientemente se ne visse seco trenta anni che mai non la sgridò. Avvenne che egli un dí invitò a desinar seco un suo amico. Ora, essendo a tavola e desinando, ella che era dirimpetto a l’amico del marito, veggendo in tavola certa vivanda che non era concia a modo suo, entrò in còlera e quivi cominciò una intemerata di gridare e garrire ora quel servidore ed ora una fantesca. E tuttavia crescevano i gridi, di modo che l’amico invitato non poteva quella seccaggine sofferire, e fu quasi per levarsi da mensa. Di questo accorgendosi, il marito disse: – Oimè, frátemo, che poca pazienza è la tua? Io trenta anni ho sofferto le strida, i gridi, i romori e le molestie insupportabili di costei, e giorno e notte mai altro non sento e pazientemente il tutto soffro, e tu mezza ora sentire non la puoi? – L’amico a queste parole s’acquetò, e la donna tanto vertuosamente trafitta si sentí che tutta la sua vita cangiò, e divenne poi sempre quieta, umana, piacevole e graziosa. – Voglio mò dimostrarvi come un guascone con una bella e pronta risposta si seppe da un vantatore spagnuolo schermire. Andava da Bologna a Firenze Pirrinicolo guascone, il quale, essendo a Bianoro a l’osteria, trovò che l’oste aveva concia una anitra giovane e grassa arrosto, tutta piena d’aglio, che è il pepe dei guasconi. Veduta che egli l’ebbe, disse a l’oste che altra carne per desinare non voleva che quella anitra; e a tavola s’assise e cominciò a smembrare l’augella, che ancora fumava e rendeva un bonissimo odore. Ed ecco in questo che entrò dentro un giovine spagnuolo, grande di persona, con la spada ed il brochiero a lato, il quale, come sentí l’odore de l’arrosto, gittò l’ingorda vista sovra l’anitra e disse al guascone: – Signore, vi piace egli dar luogo in tavola ad un vostro amico? – A questo rispose Pirriniculo e gli domandò come si chiamava. – Io, signore, – disse lo spagnuolo, – mi chiamo per mio proprio nome Alopanzio Ausunarchide Iberoneo Alorchide. – Per le piaghe di Cristo! – soggiunse alora il guascone, – io non credo che sí picciola augella debba bastare ad un desinare a quattro cosí gran baroni come voi m’avete nominato, e tanto meno essendo spagnuoli. Io non mi farei mai questa vergogna. Questa anitra a me, che Pirriniculo sono detto, sará assai. A voi sí gran signori bisogna che l’oste apparecchi vivande convenienti a sí magnifica grandezza. – Udirete adesso come il signor Prospero Colonna argutamente rispondesse al re Federico, del quale s’è parlato. Essendo il re Federico nel castello de l’Ovo,