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scusò gettando la colpa in Amore, e cosí come da prima seguitava la sua mal avventurata impresa. Leonora, piú per vergogna che per amore che in lei fosse, faceva assai buon viso a don Giovanni e talora gli faceva di quei favori che publicamente ne le corti da le damigelle a’ loro innamorati si fanno. Ma egli averebbe voluto di quei favori secreti e da dovero, dei quali Leonora glien’era scarsissima. Fu molte fiate il cavaliero ripreso dagli amici suoi con dirgli che egli s’era messo in luogo a lui non convenevole, perciò che la giovane non era di molto nobile schiatta, e che era pazzia la sua in seguir cotal impresa. Ma egli o non voleva o non sapeva o forse non poteva ritirarsi, e tutto il dí a la sua nemica diceva: – Che cosa volete voi, signora mia, che io faccia, per assicurarvi che unicamente v’amo? – Ella, cosí freddamente, gli rispondeva che de l’amor di lui era certa e sicura, e che egli era da lei sovra ogn’altro amato, e in questi parlari andavano passando il tempo. Ora avvenne che essendo la corte in Siviglia, ove il re faceva in certo luogo nodrire alcuni lioni, che la Reina con tutte le sue donne e molti cavalieri andò a vedere essi lioni ne l’ora che il loro governatore dava loro a mangiare. Quivi stando sovra il «corrale» e tuttavia don Giovanni ragionando con Leonora ella, o che non se n’avvedesse o pur che a diletto il si facesse, si lasciò cadere uno dei suoi guanti profumati dentro il cortile dei lioni; poi tutta di mala voglia disse, quasi lagrimando: – Oimè, Dio! chi mi recherá il mio guanto che m’era sí caro? ora conoscerò chi mi vuol bene. – Alora don Giovanni scese a basso e, fattasi aprire la porta, con la cappa al sinistro braccio avvolta e la spada ignuda ne la destra, entrò animosamente nel cortile ove i lioni ancora erano, e senza ricevere da loro nocumento alcuno, con infinito stupore di tutti, pigliò il guanto ed uscí fuori. Poi montato in alto, e a la Leonora fatta una riverenza e baciato il guanto, a quella lo porse. E tutto ad un tratto alzata la mano, le diede su le guancie un grande buffettone e le disse: – Questo, signora, hovvi io dato, a ciò che un’altra volta impariate a non metter i cavalieri miei pari in periglio, – e si partí. La reina, adirata che in presenza di lei una de le sue damigelle fosse stata battuta, fece bandire da la corte il cavaliero per qualche tempo, biasimando la sciocchezza di quello che tra i leoni si fosse posto e poi avesse avuto ardire di batter una sua damigella.


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