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che cosa ella avesse. La malvagia e traditora giovane, ordita una sua lunga favola, gli diede ad intendere che piú e piú fiate il giovine di lui figliuolo l’aveva richiesta d’amore, ma che ella mai non aveva voluto consentirgli, ma sempre l’aveva sgridato, e che non era mezz’ora che avendola trovata sola in camera l’aveva voluta sforzare, ma che sovragiungendo la fante egli s’era partito. La scelerata fante il tutto con lagrime confermò. Udendo il vecchio questa favola cosí ben ordita, si trovò il piú disperato uomo del mondo, e montò in tanta còlera che quasi non vedeva punto di lume; e da estrema gelosia assalito, si sentiva morire e, farneticando, diceva le maggior pappolate del mondo. Mentre che queste cose in camera si tramavano, avvenne che il figliuolo, del quale si parlava, a casa ritornò e, salita la scala, si pose con un’altra donna di casa sovra un «pontile», come noi chiamiamo, a ragionare. Il che sentendo il padre, che ne la camera al pontile, o sia loggia, vicina era, tutto di mal talento contra il figliuolo inanimato e da la còlera e gelosia messo fuori di sé, udendo tuttavia quelle due streghe che mille ciance gli davano ad intendere, dato di mano ad una spada che al capo del letto teneva, con quella in mano ignuda, bravando e mugghiando come un toro, se n’uscí dicendo: – Ove sei tu, ribaldo? al corpo di Dio, che tu non me ne farai mai piú nessuna! Questa sará pur l’ultima, traditore che tu sei! – Il povero figliuolo, non sapendo che cosa fosse questa, rivolto inverso il padre disse: – Oimè, messer, che vuol dir questo? che romore ci è? – A cui l’insensato vecchio furibondamente rispose: – Ahi ribaldo, tu lo saperai bene sí, traditore, disleale che tu sei! – Il dir le parole e il menargli un gran colpo al diritto de la testa fu tutto uno. Il misero e sfortunato giovine, veggendo la tagliente spada che sibilando sovra il capo gli scendeva, volle, per ischifare il mortal colpo, ritirarsi indietro, e non ricordandosi d’esser sovra la loggia, che parapetto non aveva ed era assai alta, cadde a l’indietro riversone col capo avanti e percosso suso un selce, che in terra grossissimo era, e di modo fu grande la percossa che il capo tutto se gli aperse e il cerebro n’uscí fuori. Onde il misero giovine incontinente morí. Il crudelissimo non padre ma nemico tuttavia con la spada in mano gridando: – Ribaldo, tu non fuggirai oggi da le mie mani! – con molta fretta, pensando il figliuolo esser saltato giú, si pose a smontar le scale. Ma come egli vide il disgraziato suo figliuolo col capo tutto fracassato e lo sparso cerebro che ancora palpitava, fu da sí veemente dolore sovrapreso, che subito l’ira s’ammorzò e la gelosia se ne fuggí via, entrandogli in petto la