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lasciano dagli sfrenati appetiti vincere, fanno le maggiori e sgarbate sciocchezze che si possano imaginare. E questo per l’ordinario aviene, perchè sono di modo acciecati da le male regolate loro appetizioni, che non sanno pensare ciò che da le operazioni loro si possa di bene o di male causare. Chè quando pensassero al fine che ragionevolemente ne può seguire, io mi fo a credere che andebbero più ritenutamente, e tanti errori non si farebbero tutto il giorno quanti veggiamo farsi. Ma tanto pare che di piacere ci doni lo adempire li nostri appetiti, che si benda gli occhi e ci fa strabocchevolemente senza ragione impaniarsi, come augelli presi con il vischio, che quanto più cercano di vendicarsi in libertà, più si trovano legati, e ogni fatica per svilupparsi è indarno da loro usata. E se di questi disordini non se ne vedessero molti tutto il dì, io vi addurrei mille esempli de l’età vecchia e anco de la nova. Ma perchè la cosa è chiara, come nel sereno cielo il sole da merigge, non accade citare testimoni innanzi a voi, cui questi disordini sono notissimi, chè certamente egli sarebbe, come si dice proverbialemente, portare le civette a la città di Atene. Ma perchè novamente in Lione è accaduto uno caso di questi sgarbati, e molto disonesto, avendolo io scritto e parendomi degno del publico, per esempio di chi vorrà leggerlo, l’ho voluto a voi donare e col vertuoso vostro nome in fronte publicare. E ben che il Rovereto fosse il primo che ce lo narrò, nondimeno poi da uno mio singolarissimo amico, che in Lione dimora, ho avuti li nomi e cognomi di coloro che in la istoria intravengono. Accettate adunque questo mio picciolo dono, e, come fate, amatemi. E state sano.

NOVELLA XXVIII


Uno drappieri di Lione, per andar la notte a giacersi con una sposa,


fece certi patti con uno suo garzone di bottega, e lo fa corcarsi


in letto appo la moglie. Il giovane, scordatosi li patti, tutta la notte


amorosamente se prese piacere con la padrona, e ciò che poi avenne.


Poi che, madama eccellentissima, mi avete chiesto che io dica se ho nulla di novo de le cose che ora si maneggiano tra il nostro re cristianissimo e l’imperadore, parendo che il sommo pontefice molto si affatichi per accordargli insieme, affine che si porga soccorso a la già sì famosa Ongaria che gli infedeli guastano, ardeno e consumano, io non vi saprei nulla dire di più