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che andasse al chiasso. Egli, preso lo straziato papèro, quello presentò al luogotenente del signor governatore, e minutamente li narrò la risposta de l’Isabella e tutti gli atti che quella fatti avea, gabbandosi di lui. Il luogotenente, sentendo tanta enorme temerità e presonzione di una sfacciata meretrice, riferì il tutto al signore governatore, dimostrandogli essere la presonzione de quella femina uno atto molto importante e di pessimo esempio, in gravissimo dispregio de l’officio, e meritevole di acerbo gastigo, acciò che imparassero gli altri a non incorrere così presontuosammente in desprezzare gli officiali del magistrato, e non si fare sì poco conto de li commandamenti di quello. Parve al signor governatore che cotale eccesso non si devesse così di liggiero passare, ma che fosse necessario farne alcuna dimostrazione. Tuttavia, pensando la delinquente essere femina e meretrice publica, non volle in tutto usare quella rigidezza e severità che il caso ricercava. Nondimeno, acciò che impunita la temeraria presonzione de l’Isabella non andasse, la fece dal bargello publicamente pigliare e condurre a le prigioni de la torre di Nona. Esaminata dal giudice, che prima prese il constituto di quella, al tutto rispondeva di modo che pareva che si burlasse e che il fatto non pertenesse a lei. Confessò poi il debito di quei danari che al mercatante era debitrice, e dimandava termine di parecchi mesi a pagarlo. Ma perchè l’anno era già passato che aveva prese le robe, fu condannata a pagarlo intieramente prima che uscisse fore di pregione. E considerando ella che dimorando dentro la prigione la sua bottega grandemente perdeva, non possendo in quello luogo il suo molino macinare ebbe, non so come, modo di pagare il mercatante. Pensando poi essere libera e andarsene a casa senza altra pena, il giudice prononziò contra quella una sentenzia: che dal boia su la publica strada le fossero date su il culo ignudo cinquanta buone stafilate. Publicata la sentenzia, il giorno che si eseguì concorse mezza Roma a così nobile spettacolo. Fu da uno gagliardo sergente levata sovra le spalle, e ne la via publica il boia le alzò li panni in capo e le fece mostrare il colliseo a l’aria, e con uno duro stafile cominciò fieramente a percuoterla su le natiche, di modo che il colliseo, che prima monstrava una candidezza assai viva, in poco di ora tutto si tinse in color sanguigno. Ella, avute sì fiere e vergognose battiture, come le furono calate a basso le vestimenta e dal sergente lasciata in libertà, fece come il cane mastino, che, uscendo fora del covile, de la paglia tutto si scuote e se ne va via. Fece ella il medesimo, e ancora che le natiche le dolessero, nondimeno se ne