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conferì la dimanda del tartaro con la figliuola e il periglio che sovrastava se a quella non si compiaceva. Catarina, stata alquanto sovra di sè tutta pensosa, in questo modo al padre rispose: – Padre e signore mio osservandissimo, prima che mai essere cagione di nessuno menomissimo despiacere o danno a te o al tuo reame, io vorrei più tosto morire o non essere nata già mai. Perciò io consentirò di prendere per marito questo tartaro, mentre però che vi intravenga una sola condizione, che sarà: che io possa con li miei, che veranno per miei servigi a star meco, vivere e osservare la mia legge cristiana. Nel resto poi io li sarò obedientissima moglie e serva. – Piacque al padre la saggia risposta de la figliuola, e seco conchiuse ella medesima fosse quella che risolvesse gli ambasciatori de l’animo suo. Introdutti che furono li tartari nel cospetto de la reale giovane, fattale la debita riverenza, restarono a la vista de la incredibile e meravigliosa bellezza di lei di tal modo stupefatti e pieni di estrema ammirazione, che non bellezza mortale vedere si imaginavano, ma credevano essere dinanzi a uno angelo del cielo. Le fecero poi intendere quanto il loro imperadore ricercava, come di già ella deveva dal re suo padre essere a pieno informata. Allora la reale donzella molto leggiadramente con accommodate parole fece loro aperta la volontà sua. Udita gli ambasciatori che ebbero la risposta, dissero che del tutto a l’imperadore dariano per messo a posta aviso, e che portavano ferma openione che egli di quanto ella ricercava intieramente la compiacerebbe. Onde tutti in conformità al loro signore scrissero ciò che la giovane ricercava. Poi largamente con molte parole lo avertirono de la indicibile e veramente suprema beltà, leggiadria, bei modi e cortesia di quella. L’imperadore tartaro, letta la lettera, si sentì infinitamente accrescere il desiderio di avere la tanto lodata giovanetta, e fece scrivere uno ampissimo decreto, sottoscritto di sua mano propria e del suggello imperiale suggellato, dove confermava molto largamente tutto quello che la sua futura sposa dimandava. Uno altro poi decreto mandò a uno degli ambasciatori, cui dava autorità di poter sposare in nome di esso imperadore la detta giovane. Così furono celebrate con grande solennità le sponsalizie e condutta la sposa in Tartaria, onoratissimamente accompagnata. Ella, oltra li baroni che il re suo padre mandò per compagnarla, menò con lei alcuni sacerdoti armeni e altri uomini e donne de li suoi, che devevano rimanere seco. Ella giunta ove era l’imperadore, fu da quello amorevolissimamente racolta e come legittima imperadrice onorata.