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NOVELLA XII


Cassano re de la Tartaria veggendo uno manifesto miracolo


si converte con tutti li suoi a la fede cristiana.


Per quello che io già, signori miei, udii predicare a uno de li frati di san Domenico nel loro venerabile loco de la Rosa, non si devemo meravigliare se a li tempi nostri non veggiamo farsi tanti miracoli quanti nel prencipio de la nascente fede dagli apostoli e altri santi si vedeano fare. E questa essere la cagione diceva: perchè allora bisognava, per convertire a la fede gli infedeli, con li miracoli tirarli, e mostrare a tutte le nazioni, che sotto il cielo viveno, che in nome di altro dio che da infedeli si adori, – perchè li dèi de le genti sono demonii, – non si ponno far miracoli, se non col nome e vertute del Padre, del Figliuolo e de lo Spirito Santo. Ora che la fede è fondata e fermata col prezioso sangue del salvatore del mondo, Cristo Giesù benedetto, e col testimonio di tanti martiri e tanti santi, non sono più li miracoli necessarii, ancor che sovente molti se ne facciano. Così predicava il riverendo padre. Il perchè, non mi discostando da la materia di essi miracoli, io vuo’ narrarvene uno meraviglioso, che fu cagione di convertire a la vera fede l’imperadore de la Tartaria con li suoi popoli. Vi dico adunque che Cassano, figliuolo che fu di Argone Cane imperadore di Tartaria, successe a suo padre ne lo imperio e fu molto da li suoi tartari amato e ubedito. Veggendosi egli ne la sedia imperiale con amore grandissimo de li suoi popoli, e udendo dire gran cose di una figliuola del re de l’Armenia, che in que’ tempi era generalmente lodata per la più bella giovane che si potesse vedere, come uomo che per fama si innamora, sì forte de le bellezze di quella si accese, che si deliberò averla per moglie. Onde, fatta cotale deliberazione, essendosi consigliato con li suoi baroni e a tutti piacendo il volere del loro re e imperadore, mandò a lo re d’Armenia una solenne ambasciaria a chiederli la sua figliuola per moglie. Il re, udita l’ambasciata, si trovò molto di mala voglia, conoscendo sua figliuola, che Catarina per nome si chiamava, essere buona e divota cristiana e il tartaro essere infedele e idolatra. Da l’altra banda, veggendo le affettuose e caldissime preghiere che gli ambasciatori li faceano, dubitò che, non compiacendo loro, il tartaro, sdegnato, non mandasse uno esercito a li danni e destruzione de l’Armenia. Ma prima che si risolvesse a dar loro risoluta risposta,