Pagina:Bandello - Novelle. 4, 1853.djvu/313


fu da uno poeta di lui cantato: – Cesare Borgia gridava sino al cielo: o Cesare o nulla. Non potè diventar Cesare, ma ben potè essere nulla. – Mi ha anco la rapina fatta ne la criata di madama la duchessa fatto sovenire di una altra rapina fatta in una sposa, cagione poi essa rapina di infiniti mali, come intenderete, chè, non ci essendo ora altro dire, io l’istoria vi narrerò. Si legge negli annali de la nobilissima città di Padova, che io altre volte lessi in casa del nobilissimo messer Antonio Capodivacca, patrizio padoano, che tra li signori di Romano, castello ne la Marca Trivigiana che Ottone terzo imperadore donò a Alberico di Sassonia suo soldato, furono tre Eccellini, discesi da esso Alberico, de li quali il primo, per essere alquanto de la lingua balbuziente, fu chiamato Eccellino Balbo. Costui ebbe uno figliuolo nominato pure Eccellino, ma per cognome appellato il Monaco. Ora avvenne che Gerardo Camposampietro, giovane nobilissimo e primario tra la gioventù de la città padovana, trattava di prendere per moglie una nobilissima e ricchissima giovane, che per dote portava seco una amplissima eredità; ed essendo figliuolo di una carnale sorella di Eccellino il Balbo, communicò allo zio questa sua prattica, e quella con li parenti de la giovanetta, che Cecilia Baonia aveva nome, conchiuse. Ma il Balbo, poco amorevole al nepote, tirato da la ingordigia de la ricca eredità, come uomo avarissimo che era, rapì con inganno e violenza essa Cecilia, e quella maritò subito a Eccellino cognominato il Monaco suo figliuolo. Di così inumana e perfidiosa ingiuria offeso Gerardo e fieramente in còlera salito, la riverenza e amore che al zio e al cugino portava, convertì in mortalissimo e fora di misura crudelissimo odio, e giorno e notte in altro non pensava, che in trovar la via di potersi altamente di tanta ingiuria vendicare, parendogli a modo nessuno poter vivere, nè la vista e luce degli uomini sofferire, se qualche gravissimo scorno a li nemici suoi non faceva. Ebro adunque di una estrema ira e ingombrato da la dolcezza che sperava sentire se si vendicava, mentre su questi pensieri era tutto intento, conculcata e tratta dopo le spalle la ragione, in preda miseramente a l’appetito de la vendetta si diede, di maniera che non era cosa al mondo, per scelerata che fosse, che non li paresse onesta, pur che si potesse in parte vendicare. E così a tutti gli iracondi aviene, che le proprie passioni non sanno moderare, e a ciascuno sempre avenirà, che voglia li male regolati appetiti seguire. Ora, dopo che Cecilia aveva le nozze celebrato con Eccellino lo Monaco, ebbe Gerardo, che in ogni occasione di vendicarsi