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nuca e debilita i nervi; onde causa assai sovente apoplessia, cioè la goccia, paralisia, mal caduco, spasimo, stupore, tremore, abbagliamento di occhi, vertigini, contrazioni di giunture, letargia, frenesia, sordità e catarro. Corrompe poi i buoni e lodevoli costumi, perciò che fa diventare gli uomini cianciatori, sbaiaffoni, contenziosi, bugiardi, disonesti, lussuriosi, giocatori e furiosi e sovente micidiali. Guasta la memoria e rende, chi troppo ne ingoia, smemorato. Che dirò io de la podagra, chiragra e tanti altri morbi articolari, che tutti provengono dal troppo immoderato bere? Dicono gli approvati medici che il vino conviene più a li vecchi che a tutti gli altri, con ciò sia cosa che tempra la freddura contratta con la lunghezza degli anni loro. Ma a li fanciulli e a li giovani sino a la età di venti anni non si conviene il vino in modo alcuno, secondo l’autorità del grande Galeno maestro de la era medicina, dicendo egli nei libri suoi Del modo di conservare la sanità che il dare bere vino ai fanciulli e a’ giovani non fa altro effetto che aggiungere fuoco a fuoco. Ma usciamo fore di medicina. E non si partendo perciò dal vino, io vuo’ narrarvi una ridicola istorietta avenuta non è molto a Parigi. Sapete tutti essere generale consuetudine in questi paesi di Francia, che a certi tempi de l’anno per le città e grosse ville gli artesani hanno i loro giorni deputati per l’anno, ne li quali ora una arte si aduna, ora l’altra, a fare la sua festa. Così adunati, gli artesani di una arte vanno di brigata, in ordinanza a modo di soldati, per la città o castello loro, e insieme disinano e cenano con banchetti molto abondevoli di varii cibi e bonissimi vini. E perchè fra il giorno vanno discorrendo, saltando, ballando e facendo di molti bagordi, si riscaldano pur assai; e fora di misura bevendo e rebevendo, la più parte di loro restano ubriachi e ballordi. Avenne, come vi ho detto, che in Parigi li mugnai fecero la loro festa; e tante pazzie fecero e così disonestamente si cargarono di vino, che molti di loro uscirono fora di sentimento e cavalcarono, come proverbialemente si dice, la cavalla del Melino, che andò più di quarantanove miglia fora del suo. Dopo cena, adunque, tutti si trovarono sovra il ponte ove sono li molini ne la Senna; e quivi danzando tra loro, saltando e come pazzi da catena imperversando, pareva a punto che celebrassero li baccanali. In questo ecco che dui frati menori, di quelli che si chiamano «osservantini», andando per loro bisogni per la città, senza altrimenti pensare più innanzi, passarono sovra il detto ponte de le molina. Come alquanti di que’ mugnai, che dal soverchio vino non digesto erano più che cotti, si avidero de li frati, come lupi rapaci fanno in uno