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malvagia duchessa e sì mortale fece, che ella infermò di peggiore infermità che di febre continova. Il duca andò a visitarla per intendere che male era il suo. Ma li medici affermavano non ritrovare segno alcuno di male in lei, se non certa mala contentezza che le causava qualche appetito che aveva, nol potendo mandare ad effetto. Il duca, che sapeva la cagione, la confortò assai. Ma ogni rimedio era indarno, se ella non sapeva il nome de l’amica di Carlo. E per questo importunamente ella astringeva il duca a manifestare chi fosse quella dama sì eccellente. Si partì il duca, fieramente corrucciato, dicendole: – Mogliere mia, lasciate andare questo proposito e non me ne parlate più, perchè io vi assicuro che, se voi più me ne movete motto, noi si separeremo, e io più non verrò in camera vostra nè voi metterete piede ne la mia. – E così partendosi, lasciò la moglie molto di mala voglia, perchè si vedeva denegare una cosa che estremamente di sapere bramava. Indi a pochi dì con molti e varii accidenti, angoscie, sudori freddissimi e isvenimenti, il male de la duchessa crescendo e di più in più aumentandosi la voglia di saper ciò che desiderava, credendo il duca che ella fosse gravida, per tèma che non si sconciasse e disperdesse, come quello che sovra modo desiderava aver figliuoli, andò la notte a giacersi seco e per consolarla la accarezzò molto teneramente. E nonostante la inibizione che di già il duca fatta le aveva, ella ritornò di novo a tentare il duca per saper chi fosse l’innamorata di Carlo. Egli è pure gran cosa, – perdonatemi, madama e voi altre signore, – che per l’ordinario, quando una donna si ficca ne la testa di voler una cosa dal marito, che a la fine ella sappia trovar tanti mezzi e tante persuasioni, che ella al dispetto del marito ottiene ciò che vuole; di modo che per viva forza egli è costretto compiacerle, ben che mal volentieri. Onde, dopo diversi ragionamenti tra lor dui fatti, e non le volendo il duca dire la donna di Carlo, ella piagnendo, dopo mille ardentissimi sospiri, disse: – Aimè, signor mio, quale speranza posso io avere in voi che per me devessi fare in cosa alcuna di gran difficultà, quando una leggierissima e facile fare non volete! Voi più conto tenete di uno vostro tristo servitore che di me. Io mi persuadeva, come la ragione vuole, che voi e io fussemo una medesima cosa; ma io mi trovo di gran lunga ingannata, poi che non mi volete compiacere di una menoma grazia che così affettuosamente vi ho chiesta. Voi mi avete pure molte fiate detto di molti segreti di grandissimo peso, e mai però nessuno ne ho dicelato. E se bene avete giurato di mai questo non dire, vi assicuro che, dicendolo a me, voi non