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tenuto aveva per buono e leale servitore, per averlo in molti affari isperimentato fedelissimo, non si sapeva risolvere, trovandosi tra l’incude e il martello; e diversi pensieri fieramente il combattevano. Difficillimo gli era credere che Carlo tanta sceleratezza mai avesse perpetrata. E pure la moglie costantemente l’accusava, nè sapeva imaginarsi a che fine ella devesse questa favola avere ordita, di modo che egli sentiva dolore estremo. E ancora che la ira e lo sdegno lo stimolassero a prendere acerba vendetta contra Carlo, nondimeno, come prudente che era, non volle correre a furia. Deliberò vedere come Carlo si governeria e prendere, secondo che dire si suole, la lepre col carro. Andato adunque a la camera sua, mandò uno suo cameriere a Carlo a fargli dire che più non avesse ardire di venirgli innanzi, ma si ritirasse al suo alloggiamento fin che altro li facesse intendere. Credeva il duca, se Carlo era colpevole, che a tale commandamento conosceria la duchessa averlo accusato e che subito sarebbe uscito dal paese e retiratosi in luoco sicuro. Per lo contrario portava ferma openione che, essendo innocente, non arebbe atteso a altro che cercare la cagione de lo sdegno del signore e giustificarsi. Carlo a sì insperato e dannoso commandamento si trovò fora di misura afflitto e stordito e molto più dolente che io non so isprimere, sapendo non avere in conto alcuno contra il suo signore di tal maniera fallo alcuno commesso che cotanto scorno meritasse. Nondimeno, conoscendosi innocente, nè imaginare in parte alcuna sapendo la cagione che mosso avesse il duca a dargli congedo fora di corte, trovò un suo amico cortegiano cui narrò il suo infortunio, e lo pregò che al duca, presa l’occasione, volesse dare una lettera; il tenore de la quale era che supplicava il duca non voler, per malvagio rapporto che fatto li fosse da persona, credere che egli l’avesse, nè in fatto nè in detto, offeso già mai; ma degnasse sospendere il suo determinato giudicio fin che avesse chiaramente intesa la verità del fatto, perciò che mai non aveva contra lui, in qualunque modo si sia, pensato fallire, non che fallito. Andò l’amico di Carlo e fece fidelmente l’officio che doveva, e la lettera diede al duca. Lesse il duca quanto Carlo gli scriveva e tenne per fermo che Carlo non fosse colpevole, veggendo che si voleva giustificare; onde credette che la duchessa di alcuno sdegno feminile devesse essere contra Carlo in còlera, ma al vero non se seppe punto apporre. Ordinò poi che Carlo devesse venirgli secretamente a parlare. Non mancò l’innocente Carlo subito al suo signore appresentarsi. Come il duca lo vide, per meglio spiare l’animo di