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prefettura tua sei per sodisfare, che così arrogantemente le saggie ammonizioni e ben sani ricordi de li tuoi commilitoni disprezzi e, male consigliato, rifiuti e fastidisci. – Detto questo, si rivoltò a li soldati e con lieto viso disse loro: – Fratelli, figliuoli e compagni miei, ecco il giorno che, piacendo a nostro signore Iddio, ci farà vittoriosi. – Andava innanzi Muleasse con una banda de li suoi famigliari a bandere spiegate. Dopo lui seguivano gli italiani, e già erano pervenuti a le Cisterne, ove pochi anni innanzi combattessimo con Barbarossa e lo debellassemo. Erano già iti vicini a Tunesi a tre miglia. Arrivarono alcuni spagnuoli a cavallo, che Tovarre mandava per avertire il re come dagli esploratori era avisato essere le insidie de li nemici tra gli oliveti, ove grandissimo numero di numidi stava in aguato. Ma questo aviso mandato dal Tovarre il re e il Lofredio facilmente sprezzarono, con ciò sia cosa che ne la loro manifesta roina a lunghi passi correvano, e tanto arditamente quanto incautamente caminavano verso quella parte che è sopra l’arsenale e il porto. Come Muleasse fu da quelli che erano sopra le mura de la città conosciuto, una banda di africani bene in ordine, con impressione ostile e gran romore uscita de la città, con quelli di Muleasse cominciò bravamente a scaramucciare. Essi reggi egregiamente sostenevano l’impeto de li nemici. Muleasse, che de la persona era molto prode, con la sua lancia quanti ne incontrava tanti ne feriva, poco avedutamente combattendo; onde ebbe una ferita su la faccia. Il che grandemente li soldati regi smarrì, di modo che cominciarono voltare le spalle a li nemici. Ecco che in questo saltarono fora degli olivi quelli numidi che in aguato ci erano, e in uno tratto circondarono li lofrediani con ululati e spaventevoli gridi, secondo la loro consuetudine. Li lofrediani scaricarono alcuni pezzi di artegliaria picciola contra nemici; ma tanta era la moltitudine de li soldati africani che contra lofrediani combattevano, che dopo li primi tiri non ebbero spazio di ricaricare i loro pezzi che scaricati avevano. Così, veggendosi li male condutti lofrediani da ogni banda cinti da li nemici, di modo si lasciarono occupare gli animi da eccessivo timore, che la più parte di loro, gettate le armi in terra, si buttavano dentro la palude, vituperosamente fuggendo. Quivi, pigliando di quelle navicelle che vi erano, per avere alcuni di loro conservati gli archibugi, tenevano più che si poteva discosti gli africani e soccorrevano li nostri, che a l’acque si gettavano per salvarsi. Lofredio, da li numidi circonvento, a uno uomo perduto e attonito simile, essendo su uno cavallo turco che nuotava come uno