Pagina:Bandello - Novelle. 4, 1853.djvu/247


per eccellenza a la morisca. Portava ancora alcune gemme di grandissimo prezzo, e faceva condurre dui grandissimi cavalli numidici, che mostravano essere molto generosi. Arrivato in Sicilia e volendo di lungo navigare a Genova, fu sforzato da impetuosi e fortunevoli contrarii venti, lasciata Genova a la mano sinistra, tenere uno poco più alto e ritirarsi a Caieta e poi a Napoli. Era allora a Napoli per vicerè il signor Pietro de la casa di Toledo, dal quale il re africano fu cortesissimamente ricevuto e con grandissima pompa in Castello capuano, magnificamente apparato, messo. Quivi fu abondevole e sontuosamente di tutto quello che al vivere di uno soperbo re si conviene proveduto. Restarono tutti li napoletani pieni di grandissima meraviglia veggendo tanta eccessiva spesa che il re ne li suoi cibi faceva, e massimamente nel consumare sì gran copia di preziosi e cari unguenti odorati, essendo cosa certissima che per acconciare e farcire uno pavone e dui fagiani il suo cuoco vi consumava sempre per l’ordinario in odori il valore di cento ducati di oro, chè il re così voleva. E di questi unguenti odoratissimi seco ne faceva portare grandissima copia; onde non solamente la sala ove egli mangiava, ma tutto il castello di Capuana si sentiva da ogni banda olire e spirare soavissimo odore, e d’ogni intorno tutta l’aria pareva odorata. Era allora l’imperadore a parlamento a Busseto, castello de li marchesi Pallavicini, con Paolo terzo, sommo pontefice. Il perchè, avendo Muleasse determinato più non si commettere a la instabilità del mare, e anco dubitando del suo nemico Barbarossa, che era con una potente armata fora, voleva per terra andare ove il parlamento si faceva. Ma l’imperadore, allora in affari di grandissima importanza col papa occupato, non volle che da Napoli partisse, deliberando muovere la guerra contra li sicambri, che sono popoli di Gheldria e di Cleves. Ora, per quanto si intese, non era Muleasse venuto d’Africa in Italia tanto per avere soccorso da Carlo, quanto per ischifare uno grandissimo e periglioso infortunio che sovrastare egli si vedeva. Era il re africano gran filosofo averroista e de la scienzia astrologica giudiciaria peritissimo, e per l’arte di quella calculava le stelle, fieramente contra lui adirate, menacciargli il fine de la vita e la perdita del regno; e sovra ogni cosa temeva Barbarossa, imaginandosi che quella potente armata, che a Costantinopoli udiva che si adornava, contra lui si mettesse a ordine. Ma non seppe il pessimo influsso, come si dirà, schifare. Dimorando egli in Napoli, ebbe da certi nonzii aviso come Amida suo figliuolo sceleratamente tradito l’aveva e fattosi re di Tunesi,