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suo schiavo e tutto il dí veggendolo, non perciò lo conosceva, e medesimamente il soldano non riconosceva lui. Ora avvenne che un dí, ridendo, il duca Enrico fece con le labbra un certo movimento il quale altre volte il soldano, quando militava con lui, aveva molte fiate notato; il perché tenne per fermo che quello fosse il duca Enrico giá suo padrone. Ed ancor che fosse stato circa trenta anni schiavo e sopportati mille disagi e divenuto forte vecchio, nondimeno non era mica tanto disfatto che a le native fattezze il soldano non lo riconoscesse. Onde, ringraziato Dio che gli dava occasione di potersi mostrar grato dei piaceri da Enrico ricevuti, lo domandò di che paese egli fosse. Al quale rispose che era di Ponente; né ardiva apertamente dirli chi fosse. Del che accortosi il soldano, gli disse: – A ciò tu conosca che io so piú di te e de lo stato tuo che tu forse non credi, mirami per minuto e guarda se mi conosci. – Il duca, poi che buona pezza ebbe considerato, gli rispose dicendo che non per altro lo conosceva che per lo soldano suo signore. Alora soggiunse il soldano e disse: – Sovvienti, cristiano, quando tuo padre guerreggiava in Livonia, che ci capitò un tartaro fabricatore di macchine, e ti fu raccomandato e tu gli facesti tanti piaceri? Non ti sovviene come per sua industria si diede grandissimo danno ai nemici? Io sono quello, o duca Enrico a me carissimo, il quale, partito da te, me ne tornai in Tartaria, ove feci molte prove. Poi, che sarebbe troppo lungo dire, preso da’ corsari e in questo paese tre volte per ischiavo venduto, sono asceso a la grandezza che tu vedi. E sia lodato Iddio che ti potrò mostrare di non esser ingrato dei beneficii da te ricevuti. – Fattogli adunque carezze grandissime, molto bene messolo in ordine e donatogli grandissimi e preziosi doni, dopo gli abbracciari amorevoli fatti insieme, il soldano lo licenziò, e, datogli una galea ottimamente corredata, lo mandò in Cipri a la reina de l’isola, che era sorella del padre d’Enrico, da la quale egli fu lietissimamente visto e per alcuni dí accarezzato. Poi con buon vento navigò a Marsiglia, ove un’altra sua zia era contessa di Provenza. Quivi medesimamente con gran piacere veduto e festeggiato, del mille ducento novantotto a casa ritornò, dove con inaudito piacere fu da la moglie, figliuolo e piccioli nipoti ricevuto, i quali lungo tempo l’avevano per morto pianto. E cosí il buon duca Enrico quel poco tempo che gli restava de la vita in grandissima quiete visse, non cessando mai di far cortesia e piacer a tutti. Morto poi, fu nel monistero di Dobren sepellito. Onde, signori miei, io vi conchiudo