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rex». Fu costui l’ultimo re di quei popoli settentrionali, i quali di giá nel trecento quaranta, insieme con i goti, in Austria, Croazia, Dalmazia e ne l’Italia fecero grandissime battaglie, e nel quattrocento dodici espugnarono Roma e dopoi, passati in Affrica, presero Cartagine ed occuparono la Spagna. Ora, morto che fu Pribislao, si cangiò il nome del re in duca, e i suoi figliuoli divisero le provincie tra loro, di cui gli eredi sino al giorno d’oggi regnano e sono signori a’ nostri tempi dui fratelli, cioè Enrico ed Alberto. Negli avi di questi dui, del mille dugento sessanta, poco piú e poco meno, fu il duca di Magnopoli un Enrico, uomo molto catolico, il quale, nel general passaggio che i cristiani fecero in Soria, andò col re Lodovico di Francia che poi fu santo. E volendo esso duca Enrico passare in Gierusalem, fu preso dai soldati de la Cilicia infedeli e mandato a Damasco e poi al Cairo del soldano, ove stette schiavo presso a trenta anni, di modo che nel tempo de la sua prigionia morirono dui soldani e fu eletto il terzo. La moglie d’Enrico, figliuola del re di Svecia, insieme con il picciolo figliuolo, che pure anco egli aveva nome Enrico, veggendo tanti altri signori ritornare di Soria ed il marito non rivenire, non sapendo ciò che di lui fosse, se ne stava con grandissimo dolore. Tuttavia governava essa duchessa i suoi popoli con tanta moderazione che da tutti generalmente era amata e riverita. Faceva poi allevare il figliuolo con grandissima cura, a ciò che apparasse ottimi costumi e col tempo potesse moderatamente il suo ducato governare. Né solo a le lettere e buoni costumi lo fece attendere, ma volle anco che a la essercitazione d’ogni sorte d’arme ed al cavalcare desse opera; il che faceva molto diligentemente il giovinetto. Ora devete sapere che, avendo il padre del duca Enrico, che era in Soria, grandissima guerra con i signori de la Livonia, andò a trovarlo un tartaro, il quale era eccellentissimo maestro di macchine per ispugnare una fortezza ed anco per difenderla con i ripari che sapeva maestrevolmente fare. Fu costui molto accarezzato dal padre d’Enrico, sí per l’eccellenza del magisterio suo, come anco perché era de la persona sua molto prode e ottimo soldato. Gli statuí adunque buon salario, ed al figliuolo, che in campo era, molto lo raccomandò, ché lo accarezzasse e seco lo tenesse; il che il giovine diligentemente fece, di modo che il tartaro gli mise grandissimo amore. Questo tartaro, di cui ora v’ho parlato, era colui che poco innanzi v’ho detto che fu eletto soldano. Essendo adunque il duca Enrico