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Sforza, un simione grossissimo, di volto piú degli altri simile a l’uomo, e lo teneva per l’ordinario vestito con un saione indosso, fatto di panni di diversi colori, e legato nel cortile del palazzo suo. Avvenne che un contadino, venuto da le possessioni del signor tesoriero e non ci veggendo persona se non il simione, pensò che egli fosse alcuno dei servidori de la casa. Era il contadino uomo grossolano e goffo, con un viso piú contrafatto, che pareva proprio un Esopo. Accostatosi adunque al simione, lo domandò ove era il fattore del messere. Il simione, veggendo questo nuovo Squasimodeo, se gli avventò a dosso e lo cominciò con denti ed unghie senza pettine a carmignare. Il povero uomo gli uscí pure da le mani, e pensando tuttavia che egli fusse uomo, gli diceva in loquella ambrosiana: – Al corpo del vermecan, voi potreste ben esser gentiluomo, ma gli atti vostri sono da un ghiottone! Ed ora me n’accorgo, che vi veggio incatenato, ché se me ne fossi prima accorto, io non vi veniva giá appresso. – Ma tornando a la novella, voi, in cambio di questa, mi canterete un dí con la vostra citara a l’improviso di quel soggetto che io vi proporrò, essendo oggidí voi in Italia nel cantare a l’improviso da esser annoverato tra i primi, cosí sète facondo, copioso, dolce e presto al cantare. Un’altra parte avete che a me pare mirabilissima: che da ogni tempo e in ogni luogo sempre sète pronto a dire, non sofferendo d’esser pregato. State sano.


NOVELLA LXV


Una simia, essendo portata una donna a sepellire, si veste a modo

de la donna quando era inferma e fa fuggire quelli di casa.


Al tempo che lo sfortunato duca Lodovico Sforza governava il ducato di Milano, per quanto giá mi narrò mio padre, che era capo di squadra ne la guardia del castello de la cittá di Milano, era in detto castello una simia molto grossa, che, per esser piacevole, ridicola e non far mai danno a nessuno, non si teneva legata, ma, lasciata in libertá, andava per tutto il castello. E non solamente in castello, ma usciva fuori, e ne le case de le contrade Maine, di Cusano e di San Giovanni sul muro, conversava molto spesso. Ciascuno le faceva carezze e le dava de le frutte ed altre cose a mangiare, sí per rispetto del duca, come anco perché era piacevolissima e faceva mille cose e giuochi da ridere, senza far male né morder persona. Ora tra l’altre case ove frequentava piú, era la casa d’una vecchia gentildonna, che