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cotal matrimonio. Entrato il re in còlera grandissima e pieno di mal talento, cacciò il cardinale de la corte e lo confinò in certo luogo de l’isola, levandoli tutte l’entrate che aveva; il che fu cagione de la morte sua, perché, mandandolo poi il re a pigliare e menarlo a la corte, egli, che si dubitò esser condotto al macello, s’avvelenò nel viaggio, per quello che se ne disse, e morí prima che arrivasse a Londra. Né solamente morí il cardinale Eboracense, ma molti altri grandissimi prelati e baroni furono decapitati, tra i quali vi fu quel santo uomo, il vescovo Roffense, il quale, essendogli mozzo il capo, fu trovato con l’asprissimo cilicio su le carni. Che dirò di Tomaso Moro, uomo integerrimo e di bone lettere greche e latine dotato? Ma se io vorrò far il catalogo di quelli che a le sfrenate voglie del re non volsero consentire, io farò una nuova Iliade, perciò che non lasciò né monaci né frati ne l’isola, ed infiniti n’ammazzò, disfacendo tutti i monasteri e guastando tutte le badie e dando i vescovadi a modo suo, senza autoritá del sommo pontefice. Sposò adunque la sovradetta Anna, vivendo ancora la reina Caterina, che giá s’era ritirata in un luogo che il re l’aveva deputato. Ma grandissima difficultá è che le cose cominciate con tristo e cattivo principio buon fine sortiscano giá mai. Era Anna molto bella e piacevole sovra modo, ma poco del corpo pudica, perciò che prima che il re la sposasse, ella, per quanto confessò al tempo de la sua morte, aveva piú volte provato con che corno gli uomini cacciano il diavolo in inferno. Ascesa poi a tanta grandezza che, di picciola donzella, tenuta era per reina ed onorata, non considerando l’alto grado al quale immeritamente si vedeva sublimata, si diede a disonesti e vietati amori. Ella disonestamente amò il proprio fratello, che il re aveva fatto gran barone, e piú volte carnalmente seco si giacque. Né di tale sceleratezza contenta, s’innamorò d’un favorito del re, che si chiamava il signor Uestone, e a quello, tutte le volte che ella puoté, fece del corpo suo amorosamente copia. Ma la cosa non finí qui, sí era ella disonesta ed insaziabile. Onde gittati gli occhi adosso ad un barone che tutto il dí era in corte, nomato Briotone, ed uomo di molta stima, quello anco indusse a giacersi con lei. E per averne sempre qualcuno a lato, a ciò che non perdesse tempo, si domesticò di modo con il signor Nioris, che la domestichezza non si finí che insiememente presero in letto quel piacere che tanto gli uomini da le donne ricercano. Io veggio molti di voi, signori miei, pieni d’ammirazione di quanto adesso vi narro, e vi deve forse parere ch’io vi narri fole di romanzi, o de le favole