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aveva di modo mortificato il membro, che sangue non ne usciva né gli dava doglia alcuna, se n’andò a trovar un frate suo compagno, che era consapevole dei suoi segreti, e sí gli disse: – Frate mio, io mi sono castrato, e so che il mio membro piú non mi molesterá. Guarda qui. – Restò il compagno a simile spettacolo tutto stordito, né sapeva che si dire. Da l’altra parte fra Filippo, a cui pareva d’aver fatto uno dei bei tratti del mondo, si messe d’allegrezza a saltare. Ed ecco che al secondo o terzo salto che fece, il laccio si snodò e cominciò il sangue con larga vena ad uscire, e il dolore a crescere, di modo che il povero fra Filippo, perdute le forze, si abbandonò e si lasciò andar stramortito in terra. Il suo compagno, veggendo cosí strano accidente, levò la voce e quanto poteva piú alto domandava alta, ed avevasi recato fra Filippo ne le braccia. Gli altri frati, udendo il grido, corsero tutti lá e trovarono fra Filippo piú morto che vivo, e dal suo compagno intesero la cagione del suo male; il che a tutti parve pure la piú strana cosa del mondo, e quasi pareva loro che fosse incredibile. Tuttavia, veggendo l’abbondanza del sangue che per terra era, essendovi tra loro alcuno che un poco di cirugia s’intendeva, andò e con certi suoi ogli e polvere fece stagnare il sangue e mitigò assai il dolore a l’infermo, il quale liberamente a tutti narrò la cagione perché sí stranamente s’era circonciso. Alora tutti quei frati corsero a picchiar la porta del monastero con tanta furia che pareva che il mondo abissasse. Le monache, sentito il romore, corsero ad aprir la porta, ed aspettando sentir qualche gran novella d’importanza, i buon frati le dissero la fiera disgrazia e strano accidente che al padre fra Filippo era avvenuto. Le monache, udendo simil pazzia e credendo che i santi frati si burlassero, gli dissero che avevano fatto una bella baia a metter tutto il monastero col lor battere a la porta in romore, e che non credevano a le lor ciance. I frati affermavano pure con santi giuramenti la cosa esser cosí. E veggendo che le monache non erano disposte a volerla credere, dui o tre di loro andarono ne la camera ove fra Filippo aveva fatto la beccaria, e trovarono il povero ser Capoccio in terra tutto pallidetto e languido, e quello presero, mettendolo suso un quadro, il quale tutto copersero, ché era di maggio, di rose, fiori e d’erbe odorifere, come se fosse stata la reliquia di san Brancaccio. Cosí ben adornato, lo portarono a le monache e dissero loro: – Eccovi il testimonio di quanto v’abbiamo narrato, a ciò non crediate che noi v’abbiamo detto bugia. – Le buone donne presero il quadro in mano e discopersero