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furono di quelli che, non potendo sofferir il bene di questi dui amanti, lo rapportarono al re, certificandolo come il signor Tomaso si giaceva con la nipote sua assai sovente. Di che il re fieramente se ne sdegnò, e mettendogli de le spie a torno, una notte gli fece tutti dui a salvamano pigliare e metter in prigione nel castello di Londra, l’uno perciò separato da l’altro. Volendo poi il re intender come il fatto era passato, gli fece essaminare; i quali, non essendo per negar la veritá, confessarono che come marito e moglie si giacevano insieme. E concordando l’una confessione con l’altra, e convenendo i constituti loro puntalmente insieme, gli essaminatori lo riferirono al re. Ora non so io per qual cagione il re non volesse accettare per buona questa loro vera confessione, la quale agli amanti nulla giovò, onde un giorno, nel Conseglio privato del re, Tomaso Cremonello contestabile d’Inghilterra, acerbo e perpetuo nemico di tutta la nobilitá de l’isola, de la quale la maggior parte aveva estinta e fattone infiniti decapitare, fece pronunciar la sentenza che al signor Tomaso nipote del duca di Nofoco fosse mozzo il capo. Si divolgò questa fiera sentenza per Londra con general compassione di ciascuno, parendo a tutti che ella fosse pur troppo ingiusta. Il perché, sentendo questo, il duca di Nofoco, uomo di gran riputazione appo il popolo e di nobilissima ed antica schiatta, se n’andò in castello per parlar al re; e trovato il contestabile che era ne l’anticamera, passò di lungo senza dirgli motto né fargli segno alcuno di riverenza, e picchiò a l’uscio de la camera del re, e subito fu intromesso. Come fu dentro, fece la debita riverenza al re, e pieno d’ira e mal talento, gli disse: – Sire, che cosa è questa che io veggio? Egli mi pare che vogliate sopportare che tutta la nobiltá d’Inghilterra debba morire, e che oggi uno sia ucciso e dimane un altro decapitato, di modo che oramai i nobili sono piú rari che i corvi bianchi. – Il re, mostrandosi nuovo e non sapere a che fine il duca dicesse cotesto, gli disse: – Duca, per che cagione dite voi queste parole? Che vi muove a tanta còlera, come io veggio esser adesso in voi? – Il duca alora gli rispose, dicendo: – Sire, a me sembra pur troppo di strano che Tomaso Cremonello, figliuolo d’un furfante cimatore di panni, si voglia tutto il dí lavar le mani nel nostro sangue e fare un macello di tutti i nobili de la contrada, non essendo mai settimana che qualcuno non ne faccia decapitare, per restare senza persona che gli ardisca rinfacciare la viltá del suo sangue poltroniero, non si sapendo di che ceppo suo padre sia uscito. Egli ha fatto condannare il signor Tomaso mio nipote a morte e vuole che dimane su la