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buon tempo; di modo che, venuto il tempo che a lo scolare pareva di farsi dottore, prolungò accora il tempo dui anni, sempre godendo la sua donna.


Il Bandello al magnifico
messer Niccolò di Buonleo


Francesco Sforza, di questo nome primo duca di Milano, fu uomo in ogni etá ammirabile e da essere per le sue rare doti comparato con quegli eccellenti eroi romani, [che] dei gloriosi fatti loro hanno gli annali e le istorie riempite. Egli soleva molto tra i suoi piú familiari dire che erano in questa vita umana tre cose, ne le quali poco valeva l’industria de l’uomo, ma era bisogno che Dio ce la mandasse buona, come è costume di dire. Ed ancor che paiano cose ridicole, pur sono da essere raccontate. Se vai a comprar un mellone, egli ti parrá di fuori via bello, ben maturo, e se lo fiuti, sará odorifero: taglialo, trovi che nulla vale. Vuoi trovarti un buon cavallo, e ne vedi tre e quattro, e bene gli consideri di parte in parte; gli cavalchi, gli maneggi, ed uno piú de l’altro t’aggrada e ti pare perfetto: come l’hai compro e menato a casa, in dui o tre dí tu trovi che in lui si scoprono piú diffetti che non aveva il cavallo del Gonnella. La terza è che, quando vuoi pigliar moglie, te ne sono messe per le mani molte e di tutte n’hai ottima informazione, e beato chi piú te le può lodare: ne sposi una, e in pochi dí intendi che era madre prima che maritata. Sí che diceva il buon duca che, quando l’uomo vuol far una di queste tre cose, deve raccomandarsi a Dio e tirarsi la berretta negli occhi e darvi del capo dentro. E certamente, se vi [si] pensa su bene, che si troverá chi il sapientissimo duca non aveva cattivo parere, perciò che veggiamo tutto ’l dí, non parlando per ora se non de la terza, che molti, usata ogni diligenza ad uomo possibile in pigliar moglie, bene spesso si sono ingannati. Onde, di questo ragionandosi un dí a la tavola del signor Cesare Fregoso mio signore, messer Romano Tombese, che era alloggiato in casa, su questo proposito narrò una novella che diceva esser in Ferrara avvenuta; la quale avendo io scritta, ve la mando e dono, a ciò che veggiate che io di voi mi ricordo e che non m’è uscito di mente quanta umanitá mi usaste nel