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irrazionali, de le lodi che loro erano date, allegrarsi. Non nego adunque che la elegia vostra mirabilmente m’abbia dilettato, anzi liberamente lo confesso. Ed ancora ch’io non conosca esser in me quelle vertuose doti e quelle parti che di me cosí leggiadramente cantate, e porti ferma openione che tale mi predicate quale, amandomi, vorreste ch’io fossi; tuttavia il sentirmi da voi lodare m’è stato molto caro. Onde sommamente vi ringrazio che di me abbiate sí buona openione e che a le mie rime volgari attribuiate ciò che a la vostra dotta e polita elegia meritamente si conviene, e vie piú assai che a me. Ma per non parere ch’io voglia rendervi il contracambio di parole, perciò per ora non dirò altro circa essa elegia. Io al presente assai poco attender a le muse posso, per i continovi affari del mio signore. Nondimeno, come io ho modo di rubar alquanto di tempo, mi sforzo pure di tornar con loro in grazia. Scrivo poi talora de le novelle che sento narrare, o di cui dagli amici m’è il soggetto mandato. E perché so che vi piace legger de le mie composizioni, vi mando una breve novelletta, che qui in Verona nel suo palagio narrò il generoso ed umanissimo signor conte Alberto Sarrego in una piacevole compagnia. Essa novella ho dedicato al vostro dotto nome, a ciò che resti sempre appo chi la vedrá per testimonio de la nostra cambievole benevoglienza. State sano.Novella LVI

Un prete con una pronta risposta mitiga assai
l’ira del suo vescovo che voleva imprigionarlo.


Non è molto che essendo io andato a Milano a visitare il signor Lodovico Vesconte e Borromeo mio socero, che in casa sua mi fu narrata una piacevolissima novella, per la quale manifestamente si comprende quanto a luogo e a tempo la prontezza d’un bel detto talora al suo dicitore giovi. Fu adunque, non è molto, vescovo di Como monsignor Gerardo Landriano, patrizio milanese, che fu anco cardinale, persona dotta e d’integritá di vita riguardevole molto e venerabile. Egli, visitando la sua diocesi, come regolarmente fa il nostro vescovo di Verona monsignor Matteo Giberti, riformò molti monasteri di monache e gli ridusse a l’osservanza della religione. Ma ne trovò uno sovra il lago di Como, detto dai buoni scrittori il lago «Lario» . Esso monastero era da ogni banda aperto e le sue monache vivevano dissolutamente con mala fama. Fece il buon vescovo ogn’opera