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attendeva. Come ella lo vide, sì pensò veder un angelo, tanto le parve bello ed aggraziato. Cominciò egli, dopo fattale riverenza, a dirle quanto in commessione aveva dal padrone. Sentiva Catella, udendolo ragionare, un piacer estremo ed amorosamente lo vagheggiava, parrendole che fuori dai suoi begli occhi uscisse una inusitata dolcezza, e si moriva di voglia di basciarlo. Romulo attendeva pure a dirle il fatto di Lattanzio; ma ella poco intendeva ciò che egli si dicesse, essendo tutta intenta a rimirarlo e dicendo tra sè che sì bel giovinetto veduto non aveva già mai. E insomma tanto amorosamente il rimirò e così la beltà e buona grazia del fanciullo l’entrò nel core che, non potendosi più raffrenare, gettatoli le braccia al collo e basciatolo in bocca cinque e più volte affettuosamente, gli disse: – Ti par mò bella cosa questa a portarmi coteste ambasciate e metterti al rischio che tu ti metti, se mio padre ti ritrovasse qui? – Romulo, che conobbe chiaramente che Catella era di lui innamorata e la vedeva far di mille colori, le rispose: – Signora mia, a chi sta con altrui e serve, convien far di questi e simili ufficii secondo il volere e comandamento del padrone, ed io per me lo faccio molto mal volentieri. Ma volendo così chi comandar mi puote, lo voglio anch’io. Però vi prego che vogliate darmi una grata risposta ed aver compassione del mio padrone che tanto v’ama e v’è servidore, a ciò che al mio ritorno il possa allegrare e portargli una buona nuova. – E così ragionato un pezzo insieme e parendo a Catella che tuttavia la bellezza del paggio divenisse più bella e si facesse maggiore, – e come pensava che da lei egli deveva partirsi, sentiva certe punture al core che la trafiggevano, – deliberò scoprir il suo ardore, e in questa guisa a dirgli cominciò: – Io non so a la fè di Dio ciò che tu m’abbia fatto, e penso per certo che tu m’abbi incantata. – Signora, – rispose egli, – voi mi gabbate; io non v’ho fatto nulla, nè sono malioso o incantatore. Ben vi son servidore e vi prego a darmi una buona risposta, perchè sarete cagione tener in vita il padron mio e farete ch’egli m’averà più caro di quello che m’ha. – Catella, che più sofferire non puotè e che basciando il paggio si struggeva, gli disse: – Vedi, vita mia ed anima de l’anima mia, io non so giovine al mondo che m’avesse fatto far ciò che teco ora ho fatto. Ma la tua bellezza e l’infinito amore che ti porto dapoi che prima ti vidi dietro a tuo padrone, a questo m’hanno sospinta. Io non ti vo’ per servidore, ma bene, se da te non mancherà, voglio che tu mi sia,