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aver ben veduto, desiderava veder meglio che cosa questa fosse; onde essortò il padrone che si contetasse che egli con coloro uscisse. Ma Ferrando non la voleva intendere. Tuttavia tanto fecero e dissero che si contentò. Apersero adunque l’uscio e saltarono fuora con loro arme in mano. Ma a pena erano usciti che i mascherati, che che troppo mai non s’allontanavano da quel luogo ma quivi d’intorno trescavano, gli vennero incontro urlando e facendo i più strani atti del mondo, di modo che quelli che s’erano mostrati sì arditi ad uscire, fingendo morir di paura, corsero in camera e si lasciarono a posta cader su l’uscio, come gli era stato commesso. In questo le mascare, gettatti suoi fuochi artificiali, mandarono la fiamma fin in camera e passarono via di lungo, tirando dopo loro per terra alcune catene di ferro, che facevano tanto romore che pareva che il mondo volesse finire. Furono per forza tirati dentro quei servidori e chiuso l’uscio, avendo già veduto quelli che in camera erano passar quelle mascare, che proprio parevano diavoli d’inferno. Ferrando, più morto che vivo, diceva sue orazioni con più segni di croce che non ha fiori primavera. Cessarono di far strepito gli spiriti mascherati e solamente s’udiva il canto di Gabbadio. Ma chi potria dire il piacere di Vittore e de la Filippa, i quali, per non aver paura, cacciavano più che potevano il diavolo in inferno e del pauroso Ferrando si ridevano? Ora questi romori andarono tanto innanzi che Ferrando, non si ricordando di mai essere stato cresimato ne la sua fanciullezza, si fece cresimare dal suffraganeo de l’arcivescovo e pigliò Vittore per suo padrino, con speranza di non sentir più romori. Ma il tutto fu indarno, non cessando le mascare di far l’ufficio loro. Il povero maestro di casa, che aveva voluto far il bravo ed uscir di camera del padrone con quelli che sapevano la rasa, ebbe tanto spavento che gravemente infermò, e non solo si pelò, lasciandovi la barba e i capelli, ma, come fanno le bisce, vi lasciò anco a poco a poco la pelle, e quasi se ne morì. Ebbe in quei dì Vittore da sua moglie un figliuolo e per commare prese Filippa, non cessando perciò, sempre che poteva, di giacersi con lei, credendo forse che fosse vero ciò che Tingoccio disse a Meuccio quando in sogno gli apparve. Ora andando la pratica di questa maniera, e per Milano non si ragionando d’altro che degli spiriti che in casa di Ferrando si sentivano, vi fu qualche gentiluomo che, sentendo questa baia e sapendo che per innanzi nulla mai s’era sentito dentro quel palagio, cominciò pensare ciò che era in effetto. Onde, communicato questo suo pensiero ad un altro gentiluomo