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poteva tra le oneste donne senza dubbio annoverare la bella ed onestissima Paolina, la quale, sinceramente amando il suo marito, attendeva a le cose de la casa che a le femine appartengono, in nessuna parte inferiore a l’antica Lucrezia, nè a Cornelia madre de’ Gracchi od a Porzia di Bruto. Avvenne che un giovine romano di famiglia equestre, che Mondo si chiamava, vedute le bellezze e sagge maniere di Paolina, di lei fieramente a poco a poco, veggendola spesso, così acceso rimase che come non la vedeva gli pareva, vinto da estrema passione amorosa, di morire. Era l’ordine equestre mezzo tra i patrizii e i plebei, e in questo ordine Mondo di ricchezze era dei primi, e splendidissimamente viveva. Come egli si vide esser di Paolina invaghito e che senza la vista di lei la sua vita era peggio che morte, cominciò tutto il dì ove ella andava, o ai publici giuochi e spettacoli o ai tempii o in qualunque luoco ella andasse, a seguitarla, sperando con l’assiduo corteggiare e con doni d’acquistar l’amore e la grazia di lei. Ma ella, che di cosa che egli si facesse punto non si curava, faceva vista di non vederlo, nè più nè meno a lui mettendo mente come ad ogni altro, che veduto avesse o che seco domesticamente si fosse messo a parlare, fatto avrebbe. Del che Mondo menava la vita in pessima contentezza, non li giovando cosa alcuna. Tuttavia, ancora che rigidissima la conoscesse ed aver un core adamantino e pieno di freddissimo ghiaccio, ove fiamma d’amore penetrar non poteva, deliberò con messi ed ambasciate tentare di conquistarla. Onde le scrisse una amorosa lettera e mandolle per messaggiera una scaltrita femina avvezza ad essercitare simili mestieri. Andò la donna e, trovata in casa Paolina che con le sue damigelle faceva suoi lavori, entrò con lei in ragionamento, fingendo certe sue favole. A la fine, dopo diversi parlari, le scoperse l’amore di Mondo, sforzandosi mostrare quanto il misero amante per lei ardesse, offerendole non solamente che egli era prontissimo a fare tutto ciò che ella gli comandasse, ma che di lui e d’ogni suo avere la farebbe padrona. Non sofferì Paolina di lasciar finire la rea femina quanto era per ragionare, ma, di giusto sdegno infiammata, fieramente si turbò e con villane parole da sè la messaggiera discacciò, e a Mondo mandò dicendo che mai più non fosse cotanto ardito di mandarle nè messi nè lettere, se non voleva che male gliene avvenisse. E la lettera di Mondo, che la donna voleva darle, non volle nè prendere nè leggere, nè più udire da lei parole, anzi le comandò che per quanto aveva cara la vita non le venisse mai più dinanzi. Chè se così audace e temeraria