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come francesi, tratti da la cupidigia del danaio, si misero a la prova; ma effetto nessuno non riuscì. E certo era la fatica dei medici gettata via, non volendo il finto mutolo favellare. Onde il re, sdegnatosi che medico non si trovasse che lo sapesse curare, e veggendo che infiniti tutto il dì venivano, così medici solenni come altri, che con loro isperimenti pensavano sanarlo, e giudicando che fossero piuttosto tratti da l’ingordigia del guadagno che da sapere o speranza che avessero di poterlo guarire, fece far un bando: che chi voleva guarire monsignor Filiberto, pigliasse quel termine che gli pareva atto a far tal cura, e curandolo averebbe i dieci mila franchi con altri doni che a lui donerebbe, nol curando ne perdesse il capo, se modo non aveva di pagare dieci mila franchi. Divolgato questo fiero proclamo, cessò la moltitudine dei medici. E pure ci fu qualcuno che, da vana speranza sostenuto, non dubitò porsi a tanto rischio; di modo che alcuni, non lo potendo curare, erano condannati a pagar i dieci mila franchi o perder la testa, ed alcuni altri furono condannati a perpetua prigione. Era già la fama di questa cosa venuta in Moncalieri, come monsignor Filiberto da Virle era in grandissimo stato appo il re di Francia e era divenuto ricchissimo. Madonna Zilia, udendo questa cosa e sapendo molto bene la cagione perchè messer Filiberto non parlava, e veggendo che già erano passati dui anni, pensò che egli non tanto per la riverenza de lo stretto giuramento che fatto aveva non parlasse, quanto per amor di lei, per non le mancar de la promessa. E giudicando che l’amor di lui fosse in quel fervore che era quando partì da Moncalieri, si deliberò andare a Parigi, ove alora era il re, e far che messer Filiberto parlasse e guadagnare i dieci mila franchi, chè non si poteva persuadere che egli, essendo ad instanzia di lei divenuto mutolo, che come la vedesse e fosse da lei pregato a parlare, che non parlasse. Messo dunque quell’ordine a le cose sue che le parve, e divolgate certe favole, s’inviò in Francia e pervenne a Parigi; ove arrivata, senza dar indugio a la cosa, andò a parlar a quei commissari che la cura di monsignor Filiberto circa a farlo sanare avevano, e disse loro: – Signori, io sono venuta per curare monsignor Filiberto, avend’io alcuni segreti in questa arte eccellenti, col mezzo dei quali spero in Dio operare ch’in quindici giorni egli favellerà benissimo. E se io nol riduco nel termine preso a perfetta sanità, io ne vo’ perdere la testa. Ma io non intendo che durando la cura ch’io farò, che persona rimanga in camera con monsignor Filiberto se non io, perchè non mi par convenevole che nessuno impari