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il mondo è tenuta, che li leggerà con infinito piacere, e gli riceverà tanto onorevolmente quanto cosa che gli potesse esser presentata, e forse più aggradirà ed averà care queste vostre bellissime composizioni che di nessun altro che la celebri. Quegli altri, che di lei tutto il dì scrivono e la cantano e che si sforzano tale dimostrarla qual è, sono uomini il cui debito naturalmente è d’amare, onorare, riverire e celebrar tutte le donne, e massimamente quelle che lo vagliono, come ella è, che può dar materia amplissima a tutti gli scrittori de’ tempi nostri. Ma per dir il vero, sempre le lodi che gli uomini cantano de le donne portano di continovo con loro un poco di sospetto, che per troppo amore che loro si porta, o per acquistare la loro grazia non si passi alquanto il termine de la verità. Ma se una giudiciosa donna come voi sète, loda un’altra donna, che sospetto si può avere che ella non dica la nuda e aperta verità? Voi, – siami lecito così dire, parlando il vero e ciò che tutto il mondo vede, – nata bella e nobilissimamente e altamente maritata, di buone lettere ornata, che leggiadramente ne la lingua volgare componete e su le vostre rime fate i canti, e quelli, maestrevolmente composti, con isnodata e velocissima mano sonate e col suono accompagnate la soavità de la vostra voce; voi, dico, che sète tale, lodate la signora Giulia. Questa sarà ben vera e sincera lode, ove punto di sospetto non si può da Momo stesso trovare, conoscendosi che solamente la verità v’ha mossa a così di lei cantare. Felice adunque la signora Giulia che sì nobile cantatrice de le sue vertù ha ritrovato! Ora, perchè mi scrivete che io alcuna cosa de le mie vi mandi, vi dico che in questi ardentissimi caldi che fuor di misura in questi giorni canicolari qui in Milano regnano, io ho messo da canto tutti i miei più gravi studii; e se pur leggo o scrivo cosa alcuna, ciò che faccio è studio di poca cura, ove non mi bisogni silogizzando farneticare e straccare la mia debole e di gran cose mal capace fantasia. Onde, sovvenutomi dei molti piacevoli e cari ragionamenti che questo aprile e maggio passati avemmo a le vostre castella di Deciana e nel Monferrato a Ponzano e altri vostri luoghi, ove assai volte si disse de le beffe che le donne agli uomini fanno, mi ricordai de la novella che il nostro dotto messer Giacinto Arpino ci narrò, volendo mostrare che ancora talvolta gli uomini rendono a le donne pane per ischiacciata. E parendomi assai bella e tale che a molti poteva esser di profitto, l’ho in questi caldi scritta e ve la mando e al nome vostro consacro. Quando adunque vi rincrescerà, potrete leggerla