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la mente al detto di quel santo dottore, il quale ci ammonisce dicendo: «Facilmente disprezza ogni cosa chi pensa che deve morire». Lasciando adunque da parte il bene e utile de l’anima, io voglio che parliamo politicamente e veggiamo di quanta utilità e profitto, a chiunque si sia, sarebbe d’aver spesso dinanzi agli occhi la tèma ed orrore de la morte, e che egli non può saper il tempo di morire, nè in che luogo debbia ultimare i giorni suoi, nè di qual maniera di morte debbia a l’altra vita passare, e che forse, mentre che egli è in cotal pensiero, potrebbe di leggero avvenire che in quell’ora qualche strano accidente, (chè tanti e sì diversi ce ne sono sempre apparecchiati), gli troncarebbe lo stame vitale, e d’uomo restarebbe uno spaventoso cadavero. Oh di quanto bene cotal pensamento sarebbe a tutte le sorti d’uomini cagione! Credete voi, se i grandi e quelli che così volentieri, disprezzate le divine ed umane leggi, straziano questi e quelli, pensassero di morire, che commettessero tanti errori come commettono e che bene spesso non raffrenassero i loro disordinati appetiti? Chè ancora che l’uomo fosse di quella reprobata setta che vuole che da l’anima nostra a quella degli animali irrazionali non sia differenza, e che il fine de l’uno e de l’altro sia uno stesso, deverebbe nondimeno vivere politicamente e lasciar dopo sè buona fama. E se gli sgherri e quelli che di continovo stanno su le disconce e malvagie opere si ricordassero de le croci, de le mannare, del fuoco e di tanti altri tormenti che le leggi hanno ordinato a’ malfattori, io porto ferma openione che così facili e presti non sarebbero a far tante sceleratezze come tutto il dì fanno. Dal che nascerebbe che la vita umana sarebbe assai più tranquilla di quello che è, e ritorneria a’ nostri tempi la tanto lodata e da noi non veduta età de l’oro. Ma perchè l’uomo pensa ad ogni altra cosa fuor che al suo fine, e si crede sempre restar di qua, avvengono tanti mali quanti ogni dì veggiamo. Di questo ragionandosi qui in Milano nel palagio de l’illustrissimo e reverendissimo signor Federico Sanseverino, cardinale di santa Chiesa, questi dì, quando egli si fece cavar fuor de la vesica una pietra di meravigliosa grossezza, un navarrese suo cameriero, che Enrico Nieto si chiama, narrò la crudelissima morte d’un re di Navarra, la quale mi parve di sorte mai più non udita. Ed invero io così fatto accidente non sentii già mai. E per questo subito lo scrissi e al numero de le mie novelle accumulai. Sovvenutomi poi che essendo io questi dì in Pavia nel vostro museo, che è proprio l’oracolo non solamente di Lombardia ma di