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Bellissima invenzione a confutare l’indiscreta devozione ed affetto non sano d’alcuni ignoranti frati.


Io vi vo’, padri miei venerandi, al proposito di che s’è parlato una breve istoria narrare, a ciò veggiate il male che fanno coloro che, lasciato il sacro vangelo, predicano sui pulpiti le fole, avendo il Salvatore nostro detto ai suoi discepoli: – Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura. – Essendo io assai giovine, predicava nel duomo di questa nostra città di Milano un frate minore marchiano, con tanto e sì frequente concorso d’ogni sorte d’uomini e donne che era una cosa incredibile. Disse questo frate marchiano più volte in pergamo che san Francesco aveva ottenuto da Dio un gran privilegio, che era che tutti quelli che portavano il cordone cinto, in vita, quando poi morivano non andavano a lo inferno già mai, ma sì bene secondo i peccati al purgatorio, dove esso san Francesco una volta l’anno discendeva e mandava giù il suo cordone, al quale tutte l’anime che in vita portato l’avevano s’attaccavano, ed egli le conduceva in cielo. Sì bene seppe egli questa sua favola adornare e colorire, che non ci fu persona che non si cingesse il cordone. Io, per non esser più savio degli altri, lo cominciai a portare. Nel fine de la quadregesima che il marchiano predicava, cominciò a crescer la peste e in breve fece un grandissimo progresso, di modo che d’aprile sino al settembre e ottobre affermarono gli ufficiali de la peste che tra la città e il contado morirono circa ducento trenta mila persone. Ma per la buona guardia che vi s’ebbe, essendo la città benissimo purgata fu mandato dai nostri superiori a predicar in duomo la seguente quadragesima il padre fra Girolamo Albertuzzo bolognese, cognominato da tutti «il Borsello», che era uomo di gran presenza, dotto, molto eloquente e nei suoi sermoni pieno di bonissima grazia. Intese egli, non saprei dir come, ciò che il marchiano aveva predicato del cordone, e si meravigliò forte di tal pazzia; onde si deliberò levar i milanesi da sì folle credenza, nè altro aspettava che una onesta occasione. Avvenne che, predicando una domenica dopo desinare per certi giubilei a profitto de lo spedale maggiore, che il duca Lodovico Sforza, alora governatore del nipote, con tutta la corte e la nobiltà di Milano si ritrovò a la predica, di modo che il duomo, che sapete pure quanto' 'è largo e spazioso, era tutto pieno. Il Borsello, parendogli esser prestata