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significava, essendo egli ne l’animo turbato pur assai. L’indovino gli disse che stesse di buon animo, perchè portendeva esso augurio lui esser amato da Giove, che in ogni cosa gli saria favorevole. Ma il profeta ai cittadini che aveva isperimentati buoni e fedeli manifestò al capo del tiranno sovrastare il maggior periglio che avesse patito già mai. Quegli adunque che con Ellanico avevano fatta la congiura dissero non esser più da tardare e deliberarono d’ammazzar il tiranno il dì seguente. La notte poi ad Ellanico mentre dormiva parve veder il figliuolo che gli diceva: – Che stai dormendo, padre? Io sono uno dei tuoi figliuoli che Aristotimo ha ucciso. Non sai che il dì che viene tu hai da esser capitano e duce de la patria? – Da questa visione confermato, Ellanico levò ne l’aurora ed essortò i conscii de la congiura ad essequir quel dì istesso quanto di già a beneficio de la patria avevano ordinato. Ora Aristotimo ebbe la certezza come Cratero, tiranno d’una altra città, con grosso essercito veniva in suo favore contra i fuorusciti eliensi, e che già era arrivato in Olimpia, città tra il monte Ossa e il monte Olimpo. Pieno adunque di speranza e di fiducia, prese tanto d’ardire, pensando già avere rotti e presi gli esuli, che s’assicurò senza i custodi del corpo suo, con Cilone ed uno o dui altri dei suoi, in quell’ora che i congiurati già erano in piazza congregati, quivi venire. Ellanico, veggendo così bell’occasione di liberar con la morte del perfido tiranno la cara patria, non attese altrimenti a dar il segno ai compagni che determinato s’era; ma l’ardito vegliardo, levate le mani e gli occhi al cielo, con chiara e sonora voce, ai compagni vòlto, disse: – Che tardate, o cittadini miei, negli occhi de la vostra città a dar fine a così bello e preclarissimo atto, come meritatamente devete fare? – A questa voce Cilone fu il primo che con la fulminea spada ancise uno di quelli che il tiranno accompagnavano. Trasibulo poi e Lampido si misero dietro ad Aristotimo, che, l’assalto loro fuggendo, corse nel tempio del dio Giove, dove fu, come meritava, dai congiurati di mille ferite morto. Eglino avendolo ucciso tirarono il corpo ne la piazza, chiamando il popolo a la libertà. E concorrendo ciascuno, pochi furono che prevenissero le donne. Elle a la prima voce corsero in piazza, rallegrandosi con i liberatori de la patria di cotanta egregia opera, e de l’allegrezza loro le liete voci ne davano manifesto segno. Fra questo, essendo una grandissima turba con romore inestimabile corsa al palazzo del tiranno, la moglie di quello, udite le popolari grida e certificata de la morte del marito, si chiuse in una camera con due sue figliuole. Ivi, sapendo quanto