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la salute e libertà de la patria. Pensa pure che tanto di danno non reca loro se noi ed i figliuoli perdono i quali adesso aver non ponno, quanto di contentezza e d’utile conseguiranno se i cittadini loro e se stessi insieme con la patria ponno dal giogo de la tua superbia ed insopportabile servitù e pessima tirannide liberare. – E seguendo il suo libero parlare Megistona, non possendo più sofferire il ribaldo Aristotimo la sua iracondia di che tutto era colmo, turbato oltre misura, comandò che il picciolo figliuolo di quella subito dinanzi gli fosse menato, come se alora l’avesse voluto svenare. E cercandolo i ministri, veggendolo la madre tra gli altri infanti scherzare, chè per l’età non conosceva ove si fosse, il chiamò per nome dicendo: – Figliuol mio, vien qua, a ciò che prima perdi la vita che tu possa avere per l’età sentimento alcuno od isperienza de la severissima tirannide ove noi siamo. A me è molto più grave vederti servire contra la del tuo sangue nobiltà, che ora qui dinanzi a’ piedi miei averti a brano a brano smembrato. – In quello che cotai parole Megistona costantemente e senza paura diceva, il furioso ed iracondo tiranno, cavata del fodro la spada, contra quella, deliberato d’ammazzarla, si mosse. Ma uno chiamato Cilone, familiare d’Aristotimo, se gli fece incontro e con buon modo gli vietò che così atroce, diro ed orrendo misfatto non commettesse. Era questo Cilone finto e simulato amico del tiranno, e con gli altri famigliari di quello conversava, ma d’odio incredibile l’odiava, ed uno di quegli era che avevano congiurato sotto il governo d’Ellanico contra esso tiranno. Questi adunque, veggendo Aristotimo con tanta furia voler in Megistona incrudelire, l’abbracciò dicendogli esser segno d’animo vile e che traligni da’ suoi maggiori, e che a patto nessuno non conviene ad uomo d’alto grado bruttarsi le mani nel sangue feminile. Da Cilone persuaso, Aristotimo a pena disacerbò l’ira, e lasciate le donne se n’andò altrove. Avvenne non molto dopoi un gran prodigio di questa sorte. Mentre che la cena al tiranno si preparava, egli in camera con sua moglie s’era ritirato. In questo tempo fu veduta sovra la casa tirannica un’aquila, in alto volando, a poco a poco discendere a basso ed un grandissimo sasso, come se a posta fatto l’avesse, avere lasciato cadere sul tetto de la già detta camera, e con gran strepito e langore levarsi in alto e nascondersi agli occhi di coloro che stavano mirandola. Dal romore e vociferazione di quelli, che l’aquila vista avevano, eccitato e spaventato, Aristotimo, avendo inteso ciò che occorso era, mandò a chiamar il suo indovino a ciò gli dichiarasse ciò che cotale augurio