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dagli appetiti disordinati. Onde da l’utile e piacere, che indi cavarne spera, accecato, gettatasi dopo le spalle la ragione, che di tutte l’azioni nostre deveria esser la regola, segue sfrenatamente il senso. Chi non sa che amore è cosa buona e santa, cui senza non si terrebbe il mondo in piedi? Ma chi da lascivo e falso amore si lascia irretire e quello a sciolta briglia sèguita, non s’è egli veduto questo tale bruttarsi le mani nel sangue del suo rivale, e dai serpentini morsi de la velenosa gelosia ammorbato incrudelire col ferro ne la vita de la povera donna amata? Chi anco da l’ira sottometter si lascia, spesse volte dal furore de la còlera trasportato, a spargere il sangue umano e tôrre la fama a questi e a quelli pare che goda e che, usando crudeltà inusitata, trionfi. Ora se io vorrò discorrer per tutte le passioni che l’anima nostra conturbano e con mille taccherelle sforzano a far infiniti vituperosi effetti, mercè di noi stessi che non vogliamo con ragione governarci, io non ne verrei a capo in molti giorni, tanti e tali sono. Dirò pur una parola degli errori strabocchevoli che dal giuoco provengono, quando l’uomo, allettato dal piacere che prende di giocar il suo e quello degli altri, in tutto si dona al dannoso giuoco in preda. Presupponiamo per certo e fermo fondamento che qualunque persona al giuoco sì de le carte come dei dadi si dona, che a quello è congiunta l’ingorda cupidigia del guadagno, perchè chi di giocar troppo si diletta è naturalmente avarissimo. Ed ancora che l’uomo giocatore sia consueto il più de le volte a perdere, nondimeno tanto può la vana speranza di vincere, che egli tuttavia ritorna a giocare, sperando racquistar ciò che perduto aveva. Sovviemmi che essendo io in Mantova a ragionamento con il signor Giovanni di Gonzaga, ed essendogli detto che il signor Alessandro suo figliuolo s’aveva giocato e perduto cinquecento ducati, che subito egli mi disse: – E’ non mi duole punto, Bandello mio, dei danari da mio figliuolo perduti, ma duolmi che, per volergli ad ogni modo ricuperare, egli ne perderà degli altri pur assai. – Ne segue anco un altro non minor male: quando il giocatore ha perduto quattro e sei volte i danari che ha, e che il patrimonio più non basta a mantenerlo sul giuoco, il misero che senza il giuoco non sa nè vuol vivere, non avendo da sè il modo, affronta parenti ed amici e prende in presto quella somma di danari che può maggiore. Ma, perdendo e non avendo maniera di ristituire a chi deve, e tuttavia volendo pur stare sul giuoco, fa di quegli enormi misfatti che, oltra che lo rendono infame e odioso a tutti, a la fine lo conducono a vituperosissima