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oro, ove egli si scusa de lo stile che usa, se non è latino. E nondimeno molti si trovano che l’ammirano, amano e cercano con ogni studio d’imitarlo. Or ecco che mentre che io a voi scrivo, don Aurelio Gallina nostro m’ha portata la vostra ingegnosa e dotta elegia, la quale voi, parlando di questa materia, a me intitolate e avete fatta stampar qui in Milano da maestro Gottardo da Ponte stampatore. Io senza fine vi ringrazio de le lodi che in quella mi date. E se bene conosco non esser in me quelle parti di dottrina che voi, la vostra mercè, cantando mi date, forse vinto da l’amore che mi portate, e dal desiderio adombrato che avete di vedermi tale quale mi predicate, giovami nondimeno d’esser più tosto da voi falsamente celebrato che sentir che un altro con verità mi vituperasse. L’esser poi da voi lodato non può se non recarmi gloria e a grande onore essermi attribuito, con ciò sia che finalmente quella sia vera lode che da un lodato uomo procede come sète voi, di lettere e di buon costumi ornatissimo. Io m’era posto a scrivervi per mandarvi una mia novella che non è molto io scrissi, la quale, ancora che non sia la più onesta del mondo, è almeno faceta e da ridere, e può insegnar ai vecchi che debbiano misurar le forze loro e non credere in tutto ai disordinati appetiti loro. Devete adunque sapere che questi dì passati, essendo una compagnia di giovini nel giardino del signor Roberto Sanseverino, conte di Gaiazzo, in porta Vercellina, dove di brigata avevano desinato, avvenne che si entrò a ragionare d’un vecchio, il quale, essendosi ritrovato a stretto ragionamento con una donna, se gli mosse il concupiscibile appetito molto fieramente. E volendo dar compimento ai suoi poco onesti desidèri, non ci fu mai ordine che egli, con ogni sforzo che facesse, entrasse col suo messer Mazza in possessione del Montenero; del che il povero vecchio rimase grandemente scornato. E ridendo, come in simili ragionamenti si suole, tutta la compagnia di quei giovini, Aristeo da Bologna, sescalco de l’umanissimo signor Alessandro Bentivoglio, che quivi di brigata si ritrovava, narrò loro una picciola ma ridicola novella a questo stesso proposito. Essa novella fu da me, secondo che egli la narrò, scritta. E sapendo quanto voi sète festevole, e che volentieri dopo gli studii vostri pigliate spesso piacer d’alcuna cosa piacevole, per trastullarvi e rendervi più forte ad essi studii, quella al nome vostro ho dedicata, rendendomi certo che di buon animo l’accetterete. Se poi sarà alcuno critico che