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qualche buco per ispiraglio. In questa cassa teneva ella tutte le sue più care cose. Mandò, dopo molti pensieri fatti, pregando Pandolfo che la seguente notte devesse andar a vederla; il che al giovine fu sommamente grato. Il quale ci andò a l’ora determinata, e fu da la fante in casa intromesso e indi a poco ne la camera condutto. Il marito de la Francesca, dopo che ella infermò, s’era ridutto a dormir di sotto in una camera terrena, e soleva talora mandar la notte o venire a vedere come stava la moglie, a la cura de la quale non mancava di quanto era il bisogno. Ella, che quella notte voleva liberamente per una buona pezza ragionar con l’amante, si sforzò, prima che Pandolfo in camera entrasse, di mostrar un poco di star meglio, e disse che non voleva altra donna in camera, per quella notte, che la fante. E così restarono elle due sole. Ivi adunque essendovi Pandolfo arrivato, furono molte lacrime sparse prima che gli amanti si potessero dir una parola. A la fine, dopo l’essersi mille volte piangendo basciati e dettosi mille parolucce amorose, come in simili accidenti suol avvenire, la donna, dopo un grandissimo sospiro, disse: – Pandolfo, vita mia cara ed ultimo termine d’ogni mio desiderio, dimmi la verità: non averai tu dolore de la morte mia? Non ti rincrescerà egli che tu non possa a la tua Francesca più ritornare? – Come? – rispose alora piangendo l’amante: – hai forse dubio, anima mia ed unico mio bene, del mio amore? Se io potessi con la vita propria e con mille, se mille n’avessi, a la tua vita provedere, tu puoi esser sicura che tutte ad ogni rischio per tuo compenso le metterei. E quando, che Dio nol voglia! avvenisse che tu di questa infermità mancassi, non so già io ciò che di me io stesso mi facessi, chè solamente a pensarci mi sento morire. Ma confortati e fa buon animo, chè ancora giunta non sei a tanto estremo fine che al mal tuo non si possa dar rimedio. Tu sei giovane, e la giovanezza passa di grandissimi perigli di male. Attendi pur a star di buona voglia. – Pandolfo mio, – disse la donna, – la vita mia è ita, e quel poco di vivere che m’avanza è sì debole che nulla più. Io sensibilmente sento di punto in punto mancarmi gli spiriti vitali e proprio come nebbia al vento disfarmi. E sallo Iddio che il morir per altro non mi duole se non per te: chè pensando lasciarti di qua senza me, e che col tempo debbia altra donna possederti, m’è cagione di tanta doglia che il morire a par di questo non mi par pena. Almeno sapessi io fare in modo che tu meco in un medesimo punto morissi, a ciò che essendo noi in vita per amore stati uniti, per morte ancora in una stessa sepoltura fossimo insieme sepelliti. Io morirei pur contenta