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Guido degli Anastagi e da’ suoi fierissimi cani. – E ridendo ciascuno de la sciocchezza del volgo che le favole talora riputa istorie, dopo che desinato si fu, volle messer Carlo che la novella del Boccaccio, che seco aveva, de l’occorso caso, fosse letta. Ella nel vero attristò gli animi di molti come se vera stata fosse ed eglino si fossero a lo strazio trovati presenti; onde poi si cominció a dire che noi eravamo fuori per ricreazione e non per piangere. Il perchè messer Carlo narrò una piacevol novella, la quale fu in gran parte risa ed assai gli ascoltanti allegrò. Questa adunque novella, al nome vostro scritta, vi dono, la quale credo vi sarà grata, sì per esser detta da messer Carlo, e da me, chè tutti dui vostri siamo, scritta. State sano.

Sciocca semplicità d’un tedesco che avendo mandato il padrone a Corneto glielo manifesta con sue sciocche parole.


Poi che io, per farvi legger l’artificiosa novella del Boccaccio, de lo strazio fatto de la giovane dei Traversari, sono stato cagione di contristarvi, a ciò che debita penitenza ne faccia e con medicina contraria curi la vostra malinconia, forza m’è di farvi ridere. Onde per ora non ci essendo altro che dire, farò che la mano che ha fatto la piaga, quella anco la sanerà. A ciò adunque che rider possiamo, vi dico che nel tempo che Massimigliano Cesare era con quella numerosissima oste a torno a Padova, un gentiluomo vicentino, che con la famiglia' 'in Mantova s’era ridutto, m’affermò che non molto innanzi la guerra e rotta di Giara d’Adda venne un tedesco giovine e s’acconciò in Vicenza con un gentiluomo per famiglio di stalla, perchè altro essercizio non sapeva fare che acconciar cavalli. Egli era d’assai piacevole e buon aspetto, ma tanto sempliciotto che ogni cosa se gli saria data ad intendere. Il gentiluomo con cui s’era messo, sopra ogni cosa si dilettava d’augelli, ed al tempo suo ogni giorno era a cavallo a far volare; e veggendo che il tedesco non attendeva ad altro che a la stalla, gli diede anco la cura di tener netti gli stivali e rendergli, ungendogli di grasso, molli. Del resto nessuno lo molestava. Era Arrigo, – chè così il tedesco si chiamava, – di ventiquattro in venticinque anni, nè ancora aveva provato che cosa fosse rimetter il diavolo ne l’inferno. E perchè egli mangiava da lavoratore e beveva a la tedesca, il guardiano