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buono e bello ci appare. Quando adunque si ragiona di questo affetto che si dice «amore», è convenevol cosa che s’intenda, non di quella compiacenza che dolcissimamente ci diletta, ma del movimento il quale secondo diverse considerazioni debbiamo drittamente «desiderio» nomare. Da questo senza controversia alcuna segue la cosa apparentemente buona esser il vero oggetto de l’amore. Può questa cosa poi in varii e diversi modi apparerci buona, ora sotto il colore de l’onesto, ora vestita di quel manto che il diletto ci suol porgere, a talvolta sotto il velo de l’utile, che tanto pare che tutti i mortali con tante fatiche e travagli e pericoli grandissimi bramino e vadano cercando. Ma di questi tre amori che sono la somma di tutti, quello che ne l’utile si abbarbaglia e in quello il suo fine statuisce, ed intricandosi solamente nel pensiero de l’utilità che se ne può cavare quivi si ferma, è assai menore di quello che d’onestà s’arma ed a quella s’attiene, e di quello altro che a sè gli animi nostri col mezzo del diletto tira e rapisce, anzi alletta e lusingando ingombra. E fuor di questi tre amori, lasciando per ora di parlar de l’amor divino, io porto fermissima openione che altro amore non si truovi. Chè se si vorrà ragionare o de l’amor animale o de l’amor bestiale o del ferino ed anco del naturale, tutti per giudicio mio, quale egli si sia, ben che da varie cagioni dipendano, a questi tre si riduranno. Ma, lasso me! dove mi sono io lasciato trasportare? chè in vero impensatamente sono in questo ragionamento trascorso. Tuttavia non mi dispiace tanto avervene detto, perciò che essendo voi sul bel fiore de la vostra giovinezza, non vi potrà se non sommamente giovare se sovente pensarete, come saggiamente disse il venturoso e magnanimo Affricano al re Massinissa, non esser tanto di pericolo a l’età giovinile negli esserciti degli armati nemici, quanto si prova dagli amorosi carnali diletti avvenire; di maniera che vie più di gloria s’acquista in vincer l’amorose passioni e se stesso e fuggir queste lascivie che snervano e spolpano la gioventù, che non si guadagna onore in superar tutti gli armati esserciti del mondo. Mi sono adunque mosso a scrivervi per narrarvi come talora amore i sensi nostri, mutando, abbaglia e bene spesso una cosa per un’altra ci fa vedere. Onde ragionandosi dei molti inganni nei quali incorreno i miseri ed incauti amanti, il nostro gentilissimo, il signor Carlo Attellano, come sapete piacevol e bel favellatore, narrò a la presenza del molto umano e cortese signor Alessandro Bentivoglio vostro onorato zio un accidente avvenuto ne la città di Milano. Mi parve degno il caso