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che è di me assai più attempato, non è stato ne la sua vecchiaia disdicevole innamorarsi di costei, io, che giovine sono e tutto sottoposto a le fiamme de l’amore, per qual cagione debbo, amandola, esser biasimato? E se altro in me non è biasimevole se non che io amo una che per sorte è di mio padre moglie, accusisi la Fortuna, che a mio padre più tosto che ad un altro l’ha data, perciò che io l’amo e l’amerei di chiunque ella stata fosse consorte. Chè, a dir il vero, la sua bellezza è tale, i suoi modi son sì fatti e i costumi sì leggiadri, che da tutto il mondo ella merita esser riverita, onorata ed adorata. Conviene adunque che io la segua e che per servirla lasci ogni altra cosa. – Così il misero amante, d’uno in altro pensiero travarcando e di se stesso beffe facendo e non durando lungamente in un pensiero, mille mutazioni l’ora faceva. A la fine, dopo infinite dispute tra sè fatte, dato luogo a la ragione, giudicò di non potersi da lui cosa più disconvenevole fare quanto era d’amar costei. E non potendo lasciar d’amare, e più tosto morire deliberando che così scelerato amor seguitare o ad altrui discoprire, a poco a poco come neve al sole si struggeva; onde a tal venne che, perdutone il sonno e il cibo, cascò in tanta debolezza che fu costretto a mettersi a letto, di maniera che per soverchio di noia egli infermò gravissimamente. Il che veggendo, il padre, che teneramente l’amava, n’ebbe cordoglio infinito. E fatto venir Erasistrato, che era medico eccellentissimo ed appo tutti in grandissimo prezzo, Seleuco quello affettuosissimamente pregò che del figliuolo prendesse quella diligentissima cura che a la gravezza del male conveniva. Venuto Erasistrato, e tutte le parti del corpo del giovine ritrovate sane, e segno alcuno ne l’orina nè accidente ritrovando per cui si potesse giudicare il corpo esser infermo, fece, dopo molti discorsi, giudicio, quella infermità esser morbo e passione de l’animo, a tale che egli di leggero ne morrebbe. Il che fece intender a Seleuco, il quale amando il figliuolo, sì perchè era figliuolo – che tuttavia sono amabili e portano seco vincolo grandissimo d’amore – e sì ancora perciò che per vertù e meriti assai valeva, portava di questa infermità sì gran dolore e tanta malinconia n’aveva che maggiore non si sarebbe potuto dire. Era il giovine di natura sua costumato e piacevole, era valoroso e prode de la persona quanto altro di sua età e bello de la persona; il che a tutti lo rendeva amabile. Il padre ogni momento d’ora gli era in camera, e la reina medesimamente spesso lo visitava e di sua mano, quando egli si cibava, lo serviva; il che non so io, che medico non sono, se al giovine recasse giovamento o che forse più di male