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la via de la sua salute; e questo era che egli si mettesse in mano di Saich ed isperimentasse la cortesia e misericordia di quello. Fatta cotale tra sè deliberazione, scrisse una lettera al re Saich di propria mano e, vestitosi in abito di messaggiero, andò egli medesimo come messo del signor Dubdù, sapendo che il re non lo conosceva. E passando per l’oste del nemico, s’appresentò al padiglione reale, e a la presenza del re fu introdutto. Quivi, fatta la debita riverenza al re, gli appresentò la sua lettera, la quale era credenziale. Il re, presa la lettera, quella ad un suo segretario porse, commettendogli che la leggesse. Letta che quella fu a la presenza di quelli che presenti erano, il re rivolto a Maomet, pensando che fosse messaggiero, gli disse: – Dimmi, che ti pare del tuo signore, che tanto s’è insuperbito che ha preso ardire di volermi far guerra? – A questo rispose Maomet: – Invero, o re, che il mio signore m’è paruto un gran pazzo a cercar d’offenderti, devendo sempre tenerti per amico. Ma il diavolo ha potere d’ingannare così i grandi come i piccioli, ed ha levato il cervello al mio signore, e sforzato a far questa sì gran pazzia. – Per Dio,' '– soggiunse il re, – se io lo posso aver ne le mani, come senza dubio l’averò, perchè non mi può scappare, io gli darò sì fatto castigo che a tutto sarà in essempio di non prender l’armi contra il vicino senza giustizia. Io ti prometto che a brano a brano gli farò spiccare le carni di dosso e lo terrò più vivo che potrò, per maggior suo tormento. – Oh! – replicò Maomet, – se egli umilmente venisse ai tuoi piedi, e prostrato in terra ti chiedesse perdono de le sue pazzie, e ti supplicasse che gli avessi pietà, come lo trattaresti tu? – A questo disse il re: – Io giuro per questa mia testa che, se egli in total maniera dimostrasse riconoscimento del suo folle errore, non solamente gli perdonerei l’ingiurie a me fatte, ma oltra il perdono farei seco parentado, dando due mie figliuole per mogli ai dui suoi figliuoli che intendo che ha, e lo confermarei nel suo stato, dandogli anco quella dote che al grado mio convenisse. Ma non mi posso persuadere che egli mai sofferisca d’umiliarsi, così è superbo ed impazzito. – Non tardò Maomet a rispondere, e disse: – Egli farà il tutto, se tu l’assicuri di mantenergli la tua parola in presenza dei maggiori de la tua corte. – Io penso, – seguitò il re, – che gli possano bastare questi quattro che tra gli altri sono qui, cioè il mio maggior segretario, l’altro il mio general capitano de la cavalleria, il terzo che è mio suocero ed il quarto il gran giudice e sacerdote di Fez. – Udito questo, Maomet si gettò ai piedi del re e con lagrimante voce disse: – Re, ecco che io sono il peccatore che a la tua clemenza ricorro. – Il re alora