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perchè intese che io era cristiano e genovese, parlò buona pezza meco de le cose d’Italia e del modo nostro di vivere, usando sempre tanta umanità verso tutti che era cosa mirabile. A me in particolare fece molte offerte. Ora perchè l’uomo assai spesso non sa vedere nè conoscer il suo bene e ne la prospera fortuna da sè s’acceca, e nessuna maggior peste è ne le corti dei signori come è l’adulazione, venne voglia a Maomet d’occupare Tezà, città vicina al monte Atlante circa cinque miglia, che era del re di Fez. Communicò questo suo pensiero con alcuni dei suoi, i quali, non considerata la potenzia e grandissimo dominio del re di Fez, al quale in modo veruno Maomet non era da esser agguagliato, con sue vane adulazioni il persuasero a far l’impresa. E perchè ogni settimana a Tezà si costuma di far un solenne mercato di frumento, ove concorrono assai popoli e massimamente montanari, indussero Maomet che si disponesse in abito da montanaro d’andar al mercato e che essi, con gente che meneriano seco, assalirebbero il capitano di Tezà, e che senza dubio prenderiano la città, perchè di dentro egli aveva una gran parte del popolo che in suo favore, udito il nome di Maomet e vedutolo presente, si levaria. Ma che che si fosse, questo trattato pervenne a le orecchie a Saich, de la famiglia di Quattas, re di Fez e padre del re che oggidì regna. Saich, inteso il pericolo, di subito fece metter soldati a la guardia di Tezà e, congregato un grosso essercito, andò ai danni di Maomet. Ed ancora che egli fosse còlto a l’improviso, sostenne nondimeno animosamente l’assedio ed assalto dei soldati del re. Come v’ho già detto, Dubdù è posta sul monte e molto forte per il sito; onde fu una e due volte la gente del re da quelli de la città, con la morte molti di quei di fuori, ributtata. Ma il re rinforzò il suo campo di molti balestrieri ed archibugeri, e molto danno dava a la città, deliberato di non partirsi da quell’assedio se prima non se ne impadroniva e pigliava Maomet prigioniero. Si facevano assai sovente de le scaramuccie, e per l’ordinario quelli di dentro avevano il peggio. Il che veggendo Maomet e meglio considerando i casi suoi, s’avvide d’aver commesso un grandissimo errore a voler mover guerra a Saich re di Fez, al quale in conto veruno non si poteva parangonare. E pensando e ripensando mille e mille modi per mezzo dei quali si potesse da la presente guerra disbrigarsi ed in buona amicizia restar col detto re, a la fine non gli parendo trovarne nessuno che profitto a’ casi suoi potesse recare, restava molto discontento. A la fine, dopo infiniti discorsi, gli cadde in animo un mezzo, sperando con quello aver ritrovata