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Colonna d’onorata memoria, si fece una tregua per molti mesi; onde Arnaldo francese, che era trombetta d’esso signor Prospero, domandò congedo per alcuni dì per andar in Francia a casa sua, e graziosamente gli fu concesso. Egli aveva sì ben fatti i casi suoi che si trovava più di seicento ducati d’oro, i quali deliberava portar a casa e comperarsi un poderetto, con speranza di guadagnarne degli altri a la giornata, e così crescer i suoi beni, per poter poi riposare ne la vecchiezza. Avuta licenza e montato a cavallo, cominciò a buone giornate a seguir il camino verso Francia, e, passate l’Alpi e la Savoia, andar a la volta de la città di Parigi. Era costui d’un villaggio che è di là da Parigi tre o quattro leghe verso Normandia. Pervenuto adunque presso a Parigi ad una buona osteria, dismontò a disinare. Erano poco innanzi quivi albergati alcuni gentiluomini e già desinavano. Smontato il trombetta, e fatto metter il cavallo ne la stalla e ben curare, fu messo in una camera e datogli da desinare. Egli era un bel compagno, molto ben vestito, con gasacca di velluto e con la berretta ricca di puntali d’oro e d’una preziosa medaglia. Aveva anco al collo una catena d’oro di settanta in ottanta scudi, con ricchi anelli ne le mani. Come ebbe desinato, si mise andare per l’osteria e vide i gentiluomini sovradetti, che in camera ove desinato avevano giocavano una grossa primiera. Era Arnaldo assai più vago del gioco che le gatte dei topi; il perchè, salutati con riverenza i giocatori, s’accostò a vedergli giocare. Non stette guari a vedere che si fece un resto di forse cento scudi, nel quale uno aveva arrischiato tutti i danari che dinanzi aveva. Questi, perduta la posta, si levò dal gioco dicendo di non voler più giocare. Il trombetta alora, messa la mano a la berretta, disse: – Signori, quando non vi dispiaccia, io giocherò volentieri venticinque scudi. – Siate il ben venuto, – risposero coloro. – Sedete. – Arnaldo, assiso, cacciò mano a la borsa e cavò fuor venticinque scudi e cominciò a giocare. Vinceva ora una posta, ora un’altra ne perdeva. Come poi cominciò a riscaldarsi su il gioco, tratto tratto faceva del resto, e per lo più de le volte perdeva. E di modo tanto strabocchevolmente giocava, che in poco d’ora perdè la somma di più di seicento scudi; nè gli bastando questo, si giocò tutti i panni, la berretta, la catena, gli anelli ed il ronzino, e restò un bel fante a piede, in colletto, con la tromba a le spalle, la quale non vi saperei ben dire come gli rimanesse: se fu che egli per riverenza de l’insegna giocar non la volesse, o pure che i giocatori non le volessero dir sopra. Sia come si voglia, egli si trovò il più disperato