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e i fanciulli ed altri andavano per le strade cantando: «Il gran villano da le trenta coste»; di che il povero uomo ne fu per impazzire. E insomma dopo che assai ne smaniò, fece publicar una scommunica per tutta la diocesi tolosana, che fosse scommunicato e maledetto da Dio e dai santi qualunque ardisse più nominar monsignor l’ufficiale «il gran villano da le trenta coste». Adirata per questa scommunica, la gente, più tosto che smarrita nè emendata, altro non faceva dì e notte che cantare: «Il gran villano da le ventinove coste e mezza». Ora questo fu la secure che tagliò il collo al Savonaro. E’ voleva disperarsi veggendo che non si poteva levare così brutto nome da le orecchie: onde pensando a ripensando che via devesse tenere a torsi questa seccaggine, non potendo andar in luogo alcuno che non si sentisse rinfacciar la disonesta canzone, pensò, se si poteva far consigliero del parlamento, che più nessuno ardirebbe dirgli cotal nome. Fatto questo pensiero, chiamò a sè un suo nipote detto Carlo, ch’era fatto dottor di leggi non molto innanzi, e gli disse: – Nipote, tu senti tutto il dì le vituperose parole che di me si dicono, le quali ormai io non posso più sofferire. Io mi trovo quattro milia lire di tornesi in contanti con le quali, andando a la corte, io comperrò un luogo di senatore a mi leverò questo brutto nome da dosso. – Il nipote veggendo lo zio entrato in questo farnetico, che d’età passava settanta anni ed era poco più per vivere, gli rispose: – Monsignore, voi sète vecchio e devete pensare più a la morte che al vivere. Attendete a l’ufficio che voi avete, e non andate a morire e buttar via i danari. – Come il vecchio si sentì dir queste parole, entrò ne la maggior còlera del mondo, e diede del «tristo» e del «ghiotto» per il capo al suo nipote; e non volendo altrimenti esser consegliato, si mise in camino per andar a Parigi, ove alora era la corte. Carlo, sapendo questo, gli tenne dietro, mezza giornata sempre da lui lontano, di modo che per l’ordinario ove il vecchio cenava Carlo il dì seguente desinava. Giunto a Parigi, andò il vecchio ad alloggiar al «Castello di Milano». Il che saputo da Carlo, che il seguente dì v’arrivò, andò ad un altro albergo, e fra duo giorni contrasse amicizia con un arciero del re che gli parve atto a far quanto desiderava. Con questo arciero Carlo si convenne col prezzo di quattro scudi. Ed essendo a pieno informato di ciò che deveva fare, andò l’arciero a l’osteria del «Castello di Milano», ed inteso che il vecchio era in camera, là si condusse e picchiò a l’uscio. Ed essendogli risposto: – Chi è là? chi picchia? – egli rispose: – Io son un arciero che vengo da parte del re a parlar a monsignore