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che apparato aveva fino in Inghilterra, chiamato un suo staffiero, gli ordinò che come da diporto ritornava, egli, osservando dove quella peregrina spagnuola albergasse, la conducesse poi al castello; il che fu diligentemente essequito. Mentre la duchessa s’andò dietro a le rive del Po diportandosi, mai non puotè rivolger l’animo a cosa veruna se non a le parole de la peregrina, e mille e mille pensieri sovra quelle facendo, mai non si seppe al vero apporre. Ritornata adunque in castello, trovò la peregrina che per commissione de lo staffiero l’attendeva, e seco era la sua compagnia. Cominciò la duchessa, tirata a parte la peregrina, a domandarle di qual provincia era di Spagna, di qual legnaggio e dove andava. Ella al tutto saggiamente rispose, e la cagione perchè andava in peregrinaggio a Roma a la duchessa scoperse. Intendendo la duchessa la nobiltà de la peregrina, seco si scusò di non averla prima più onorata di quello che fatto aveva, scusandosi il non averla conosciuta esserne stata la cagione. Ed in questo stettero buona pezza su le cerimonie. A la fine la duchessa diede a terra e volle intender a che fine la peregrina aveva dette le parole di che fatto s’è menzione, alora che in carretta la vide. La signora Isabella, non pensando più oltre le disse: – Signora duchessa, il signor don Giovanni Mendozza, mio fratello, è uno dei più bei giovini che oggidì si sappia, per quello che ciascuno che il vede ne dice, chè io a me stessa non crederei tale esser la sua bellezza quale vi dico, se la publica e conforme fama di chiunque lo conosce non l’affermasse. Del valor suo e de l’altre doti che appartengono ad un' 'segnalato cavaliero, a me non istà bene a dirle, per essergli sorella; ma se voi ne parlaste con i suoi medesimi nemici, udireste a tutti dire che egli è un valoroso e compìto cavaliero. – Era già la duchessa alquanto accesa de l’amor del cavaliero per le parole che prima, quando era in carretta, aveva udite, come quella che fuor di modo era desiderosa di vederlo. Sentendo poi di questa maniera sì fermamente a la sorella di lui lodarlo, ella largamente il petto a le fiamme amorose aperse e quelle con tanta affezione abbracciò che tutta divenne fuoco. Nè ad altra cosa poteva rivolger l’animo che pensar di continovo come potesse don Giovanni vedere, e tanto in questi pensieri si profondava che bene spesso rimaneva quasi come fuor di sè. Nè sapendo ai fieri casi suoi alcuno compenso ritrovare da se stessa, e quanto più la speranza mancava tanto più crescendo il disio che aveva di veder il cavaliero, deliberò ad una sua fidissima cameriera discoprir ogni suo affare. Chiamavasi la cameriera