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fortuna, uscir di tanti fastidiosi travagli. Io medesimamente poi che non ci vedemmo, ancora che molto prima di voi cominciato avessi a sentir gli acuti e velenosi denti de la contraria e misera fortuna, e vedute le case paterne da faziosi uomini arse ed il fisco aver occupate l’oneste facultà lasciate dagli avi miei, gran tempo sono ito vagabondo, rincrescendomi vie più il vedermi sforzato d’abbandonar gli studi ove da fanciullo fui nodrito, che aver il padrimonio perduto. Così molti e molti anni travagliando, tuttavia in grandissimi perigli trovato mi sono. Mercè poi de la sempre acerba ed onorata memoria del non mai a pieno lodato cavaliero de l’ordine del re cristianissimo, il valoroso signor Cesare Fregoso, e de la valorosa ed incomparabile consorte sua, madama Gostanza Rangona, ho posto fine a sì lungo ed amaro essiglio e a tanti varii affanni, e qui a me stesso ed a le muse me ne vivo, già circa otto anni passati, assai quietamente, cangiati Schirmia e il Po, fiumi miei nativi, che quasi lungo la patria mia insieme le lor acque mischiano, cangiati, dico, in Garonna, e la già fortunata Lombardia in Acquitania. Ora quando meno sperava, anzi disperava io mai più non vedervi, ecco che a l’improviso qui sète, venendo di Fiandra, capitato. Quanto volentieri madama Fregosa, mia signora, v’abbia veduto e lietamente raccolto, voi stesso ne sète ottimo giudice; però ditelo voi, chè molto meglio di me dir lo saperete. Certo ella sì allegramente vi raccolse come se un fratello suo venuto ci fosse. Taccio di me la cui gioia, veggendovi, fu tale quale nei felici tempi passati era molte volte il piacere che de le mie contentezze sentiva. Vi piacque far con noi le feste de la natività del nostro salvatore Giesu Cristo, essendo arrivato qui di quattro giorni avanti. E volendovi, fatto san Giovanni, partire e andar di qui a Tolosa e per Linguadoca a Perpignano e passar i monti Pirenei, vi convenne restare, perchè madama nol sofferse, essendo tanto tempo che veduto non v’avevamo, nè goduta la dolcissima vostra compagnia, che non lascia rincrescer a chi vosco conversa già mai, sì bello e sì facondo dicitore sète, e sì festevoli ed arguti motti per le mani avete. Narrate poi le più piacevoli novelle del mondo sì copiosamente e con tanta grazia, che tutti gli ascoltanti vi stanno dinanzi con attenzione grandissima. Volle adunque madama che la dimora vostra con noi fosse fin che i freddi del dicembre e del gennaio fossero ammortiti ed alquanto il tempo addolcito: e non potendo voi ragionevolmente negarle questo piacere, qui con noi ve ne rimaneste. Ora narrandoci